Economics for dummies – 2

In tempi di stagnazione, è tutto uno sparare sul governo perché il PIL non sale. Domandate a uno qualunque degli sdegnati: “quali voci formano il PIL?”. Non lo sa. Ma non importa, perché in realtà il PIL non serve a niente, se non a dare un’idea comparativa sulle dimensioni di un’economia, in aggregato o pro capite. E’ chiaro che, se confronto il PIL pro capite dell’Italia con quello del Togo, mi faccio un’idea abbastanza significativa (non precisa, non precisa) della differenza di benessere. Se invece confronto gli stessi dati relativi a Italia e Spagna, non mi faccio alcuna idea, se non quella di una generica similarità.

Ma avevamo esordito parlando di variazioni del PIL. Allora: se rispetto all’anno scorso c’è una variazione dello 0,5% del PIL di uno stesso Paese, questo vorrà pure dire qualcosa, no? Qualcosa vorrà dire, ma nulla sappiamo delle cause nel breve periodo. Una sola cosa è certa: se il PIL dell’ultimo trimestre 2018 è diminuito, ciò non -ripetesi: non– è riconducibile all’operato del ministro dello Sviluppo Economico insediatosi nel maggio dello stesso anno. Lo dico con dispiacere, perché l’attuale ministro mi sta sulle balle in quanto chavista, ma è così. Invece, se dopo 20 anni di chavismo il Venezuela va male, lasciamo pure perdere il PIL: senza dubbio Chavez e Maduro vi hanno contribuito.

Fin qui si sono dette cose abbastanza ovvie, ma non ovvie per la maggior parte dei commentatori, che rompono i coglioni sulla recessione e le sue cause politiche. Riassumendo: il benessere non si misura con il PIL, e le variazioni del PIL possono essere ricondotte all’azione di un governo solo nel lungo periodo. Aggiungiamo ora un’altra verità: anche supponendo che il PIL pro capite costituisca una misura del benessere, bisogna capire come è distribuito il reddito (ossia quanto è concentrato), e anche più interessante è capire la variazione tendenziale della concentrazione. Questo concetto, noto anche a Trilussa e perciò abusato nelle conversazioni al bar dello sport, sta ricevendo una nuova nobiltà a causa dei cambiamenti nell’economia e nella tecnologia. Accanto al noto sbilanciamento a danno dell’economia reale e a vantaggio della finanza, abbiamo un fenomeno anche più significativo: la sostituzione macchina/uomo, per la quale si usano termini come robotizzazione, intelligenza artificiale, e altri. La sostanza economica e sociale sarà: più concentrazione del reddito e meno occupazione. Per l’effetto combinato dei due fenomeni (peraltro difficilmente separabili) è già in corso una perdita di correlazione fra i concetti di reddito nazionale e occupazione (*).  Non a caso Trump, che capisce di queste cose a dispetto di chi lo vuole un moron, ha puntato su mosse antistoriche, come la riapertura delle miniere di carbone o la protezione dei blue collars del settore auto. Sono misure che fanno temporaneamente innalzare l’occupazione insieme al PIL, ma solo nel breve termine. In realtà, già fra 10 anni l’occupazione in settori come la meccanica sarà drasticamente ridotta, in tutti i paesi. Ciò significa che il PIL diminuirà? Assolutamente no, a patto che si trovi ancora a chi vendere le automobili: e questo è un problema di distribuzione dei redditi, perché i robot non comprano automobili, né altri oggetti.

Il risultato sociale sarà qualcosa di vicino a quello che ipotizzava Marx: la concentrazione della ricchezza in pochissime mani. Però le cause sono completamente diverse, specialmente per la fallacia pratica della teoria del plusvalore, accoppiata com’è con l’assioma che il profitto si fa sugli uomini e non sulle macchine, e per il legame al mondo della rivoluzione industriale inglese, in cui il fenomeno eclatante era la produzione di  merci, non quella di servizi.

Archiviato Marx, nel prossimo post avremo il piacere di incontrare Keynes, e forse qualcun altro.

(*) Ciò si avvicina molto a un’intuizione di Milton Friedman, già mezzo secolo fa.

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