Archive for ‘Uncategorized’

19 febbraio 2018

Leopold Bloom ricorda

Glowing wine on his palate lingered swallowed. Crushing in the winepress grapes of Burgundy. Sun’s heat it is. Seems to a secret touch telling me memory. Touched his sense moistened remembered. Hidden under wild ferns on Howth below us bay sleeping: sky. No sound. The sky. The bay purple by the Lion’s head. Green by Drumleck. Yellowgreen towards Sutton. Fields of undersea, the lines faint brown in grass, buried cities.

Pillowed on my coat she had her hair, earwigs in the heather scrub my hand under her nape, you’ll toss me all. O wonder! Coolsoft with ointments her hand touched me, caressed: her eyes upon me did not turn away. Ravished over her I lay, full lips full open, kissed her mouth. Yum. Softly she gave me in my mouth the seedcake warm and chewed. Mawkish pulp her mouth had mumbled sweetsour of her spittle. Joy: I ate it: joy.

Young life, her lips that gave me pouting. Soft warm sticky gumjelly lips.Flowers her eyes were, take me, willing eyes. Pebbles fell. She lay still. A goat. No-one. High on Ben Howth rhododendrons a nannygoat walking surefooted, dropping currants. Screened under ferns she laughed warmfolded. Wildly I lay on her, kissed her: eyes, her lips, her stretched neck beating, woman’s breasts full in her blouse of nun’s veiling, fat nipples upright. Hot I tongued her. She kissed me. I was kissed. All yielding she tossed my hair. Kissed, she kissed me.

Me. And me now.

Ulysses, Chapter 8, 898-918

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18 febbraio 2018

Emersioni

La carenza più dolorosa nelle registrazioni furtwaengleriane era, fino a oggi, la terribile resa sonora di quella che reputavo l’unica versione rimasta del Requiem Tedesco di Brahms. Si tratta di una esecuzione radiofonica del 1948, con Kerstin Lindberg-Torlind e  Bernhard Sönnerstedt,  il Musikalista Sällskapet Kör e l’orchestra Stockholm Konsertförenings. Una decina di anni fa, comprai il CD, che restituii subito al negozio protestando che la musica era inudibile. Negli ultimi giorni, su You Tube è apparsa una splendida rimasterizzazione di questa esecuzione.

Ma nel frattempo ho scoperto che quella registrazione non era la sola, visto che ne è emersa un’altra dal Festival di Lucerna 1947, addirittura con Elisabeth Schwarzkopf. Non l’ho mai ascoltata, ma presto colmerò questa lacuna.

4 febbraio 2018

Il buon gusto di Henry James

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An impression which on coming back to Italy I find even stronger than when it was first received is that of the contrast between the fecundity of the great artistic period and the vulgarity there of the genius of to-day. The first few hours spent on Italian soil are sufficient to renew it, and the question I allude to is, historically speaking, one of the oddest. That the people who but three hundred years ago had the best taste in the world should now have the worst; that having produced the noblest, loveliest, costliest works, they should now be given up to the manufacture of objects at once ugly and paltry; that the race of which Michael Angelo and Raphael, Leonardo and Titian were characteristic should have no other title to distinction than third-rate genre pictures and catchpenny statues—all this is a frequent perplexity to the observer of actual Italian life. The flower of “great” art in these latter years ceased to bloom very powerfully anywhere; but nowhere does it seem so drooping and withered as in the shadow of the immortal embodiments of the old Italian genius. You go into a church or a gallery and feast your fancy upon a splendid picture or an exquisite piece of sculpture, and on issuing from the door that has admitted you to the beautiful past are confronted with something that has the effect of a very bad joke. The aspect of your lodging—the carpets, the curtains, the upholstery in general, with their crude and violent colouring and their vulgar material—the trumpery things in the shops, the extreme bad taste of the dress of the women, the cheapness and baseness of every attempt at decoration in the cafés and railway-stations, the hopeless frivolity of everything that pretends to be a work of art—all this modern crudity runs riot over the relics of the great period.

Henry James, Italian Hours, 1877

E’ la prima volta che leggo di un americano che accusa di cattivo gusto gli italiani. Non che non avesse ragione, James: il rilievo lo faceva in un periodo del quale restano ancor oggi vestigia di esecrabile pacchianeria, specie per quanto riguarda l’arredamento delle case borghesi. Se aggiungiamo che questi rilievi venivano mossi a seguito di una visita a Torino, non dovremmo sorprenderci. Però, da un americano…

[Ho evidenziato la parola “actual” usata nella stessa accezione dell’italiano attuale, o del francese actuel, mentre oggi nei paesi anglofoni significa “effettivo“. E’ un interessante arcaismo, che forse si deve al fatto che James proveniva dalla Francia, dove aveva dimorato.]

 

 

26 gennaio 2018

Leopold Bloom e i vegetariani

Coming from the vegetarian. Only weggebobbles and fruit. Don’t eat a beefsteak. If you do the eyes of that cow will pursue you through all eternity. They say it’s healthier. Windandwatery though. Tried it. Keep you on the run all day. Bad as a bloater. Dreams all night. Why do they call that thing they gave me nutsteak? Nutarians. Fruitarians. To give you the idea you are eating rumpsteak. Absurd. Salty too. They cook in soda. Keep you sitting by the tap all night.

Ulysses, cap. 8, 533 sgg.

14 gennaio 2018

Bello

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Era lì da un sacco di tempo, mai letto. Bello, bello.

27 dicembre 2017

Cercare il pelo in un uovo di trent’anni fa

Alex Ross è un critico musicale americano molto orientato alla musica contemporanea. E’ l’autore di un saggio fondamentale in questo campo, “The rest is noise”, che caldamente consiglio, anche nella sua versione  italiana (Il resto è rumore, Bompiani). Scrive sul New Yorker, il che già lo classifica come parte dell’intellighenzia americana. Ultimamente, come è doveroso, è ossessionato da Donald Trump, the Horror-Clown.

Ha un blog nel quale, se legge un libro, ne lascia pezzettini: come fanno in tanti, me compreso. Ma i pezzettini soddisfano spesso la sua ossessione. Perlustrando il libro “Vanity Fair Diaries” di Tina Brown, ha trovato un passo che mette insieme la musica  e Trump. Nel 1987 (pensa un po’) Tina Brown testimonia che Donald, a cena, avendo presenziato alla prima (opening) di un’opera dell’Anello del Nibelungo al Met, ne lamentava la lunghezza di cinque ore. Già questo sarebbe da buzzurro, ma il buon Alex si è preso la briga di andare a consultare il calendario del Met del settembre di 30 anni fa, per scoprire che l’opera di apertura della stagione era un Otello, non un’opera di Wagner, peraltro in cartellone nello stesso mese. Di qui il sospetto, insufflato nei lettori, che Trump non distingua Verdi da Wagner. Con tutto il rispetto, ritengo si tratti di sospetto fallace, perché l’Otello non dura cinque ore. Alex gioca sporco sull’equivoco del termine “opening” che vorrebbe dire apertura della stagione, e non semplice “prima”. Ma come fa a essere così sicuro che l’errore non sia di Tina Brown, che scriveva veloci annotazioni diaristiche? E, soprattutto, chi se ne frega se Trump trent’anni fa, a cena, incorreva in una veniale imprecisione, nella quale tutti noi cadiamo (“sono stato alla prima alla Scala”: potrebbe essere S.Ambrogio, ma anche la prima di una qualsiasi opera in cartellone)?

Ma, sopra il soprattutto, la vogliamo piantare con questa ridicola ricerca di peli nell’uovo?

P.S.: chissà chi pagò la cena. Sospetto per sospetto, io un sospetto ce l’ho.

22 dicembre 2017

Ah, le librerie!

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In sostanza: la casa editrice E/O ha litigato con Amazon a proposito di percentuali.

Capita in tutto il mondo, e da sempre. Fra i costi di produzione e il prezzo di vendita c’è il margine: il produttore e gli intermediari commerciali, ossia la distribuzione, se lo contendono. Nel mercato del libro, gli editori erano abituati a essere i pesci grossi, avendo a che fare con i librai, pesci piccoli. Tanto è vero che gli editori avevano cominciato a integrarsi a valle, come si suol dire, facendo fiorire megalibrerie con  tanto di bar e ristorante, e i piccoli librai avevano cominciato a soffrire, senza che gli editori si commuovessero troppo.

Poi è arrivato un pesce più grosso ancora, Amazon. Pianto e stridor di denti:

Ci è stato richiesto uno sconto (quello che gli editori pagano ai distributori e alle librerie come loro “quota” del ricavo finale) a loro favore troppo gravoso per noi”.

Sintassi faticosa, ma concetto chiaro: ci volete togliere quattrini. E perché meno soldi alle Edizioni E/O sono IL MALE? Non si tratta di avidità, perbacco: si tratta di difendere -indovinate?-  la libertà di espressione e altre nobili cose:

“È evidente che il pericolo per la libertà di espressione è reale, costante e quotidiano. Inoltre le case editrici hanno bisogno di margini economici sufficienti per investire nella ricerca di nuovi autori e di nuove proposte. Se questi margini vengono troppo erosi, le case editrici rischiano di sparire (assieme alle librerie, agli autori e a tutto il mondo del libro).”

Mentre noi ci domandiamo quale interesse abbia Amazon a far sparire “tutto il mondo del libro”, le Edizioni E/O non mancano di strimpellare un ritornello che diremmo classicissimo: la preoccupazione per la scomparsa delle librerie, luoghi di cultura.

La chiusura delle librerie causata dalla concorrenza spietata di Amazon significa anche impoverimento economico e culturale del territorio: vengono a mancare essenziali luoghi di ritrovo e di cultura.

Come dicevo in un vecchio post che farei fatica a ritrovare, questa delle librerie luoghi di ritrovo e di cultura, ricchezza del territorio, mi pare un luogo comune non supportato dai fatti. Il libraio uomo colto, il libraio consigliere, la libreria luogo di ritrovo, ricchezza del territorio: roba sconosciuta all’uomo della strada, perlomeno ai nati nel dopoguerra. Personalmente, mai mi feci consigliare da un libraio, né conosco nessuno che l’abbia fatto. E, onestamente, non conosco un libraio capace di dare consigli. Ho sentito parlare di qualche commesso esperto di settore, in qualche libreria milanese, rigorosamente appartenente a case editrici (Hoepli, Rizzoli). Tutto qua.

Ho l’impressione che queste battaglie di retroguardia siano perse in partenza. Non occorre essere esperti di strategia e di robotica per capire che il mondo cambia, e cambierà sempre più in fretta. I librai spariranno, come spariranno tante altre attività produttive e tanti mestieri superati dalla tecnologia e dalla storia. Personalmente, compro e-book, e li compro su Amazon. Ma se dovessero costare un centesimo di meno, li comprerei da un altro.

 

12 dicembre 2017

Il vero splendore

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Premetto che non so nulla della signora Mazzantini. Questo nulla spazia dalla letteratura alla vita privata, passando per la politica e i dati patrimoniali. Nulla. Ciononostante, ritengo lecito domandarmi quale sia il significato del motto che campeggia sulla porta di servizio della libreria Feltrinelli alla Stazione Centrale di Milano, e che qui ricopio: “Il vero splendore è la nostra singola, sofferta, diversità”.
Trattandosi di scrittrice, mi permetterei anzi di fare il difensore d’ufficio della lingua italiana, e di sollevare obiezioni sulla seconda virgola. Ma questo ci svierebbe dalla questione di sostanza, che è, manifestamente: perché l’uso della nostra lingua deve per forza essere vago, impreciso, allusivo, privo di chiarezza, come l’effetto flou preteso da certe vecchiarde televisive?

Analizziamo la frase (che, non dimentichiamolo, è stata scelta come il passaggio più significativo per presentare la scrittrice, si suppone su proposta della stessa, o almeno con il suo assenso).
Innanzitutto, che significa? Qual è il messaggio? A prima vista, sembrerebbe questo: la diversità è una cosa splendida. Ma, oltre a non significare niente, è anche pochissimo originale, visto che tutti, tutti i giorni, tessono le lodi della “diversità”. No, è impossibile che il messaggio di punta, quello che deve presentare la scrittrice e suscitare irresistibili desideri di acquisto, sia così banale e risaputo. Il segreto deve per forza stare nei dettagli. C’è, per esempio, un interessante “splendore”, preceduto dall’aggettivo “vero”. Si deve notare che, se premettiamo l’aggettivo “vero”, stiamo classificando come non autentici gli altri splendori. Si suppone che la Margaret non voglia negare che il sole splende. Margaret si riferisce a doti/atteggiamenti/posizioni etico/cultural/politiche/religiose/sessuali/eccetera delle persone. E stabilisce che solo la “diversità” si può classificare come splendida, mentre tutte le altre qualità, se definite splendide, lo sono abusivamente. A questo punto, occorre conoscere meglio il concetto di diversità, e la Margaret non si tira indietro, perché ci provvede di altri due aggettivi, che sono singola e sofferta. Mica poco. Vuol dire che se siete diversi, ma lo siete in gruppo, non siete veramente splendidi. Oppure, siete diversi per conto vostro, ma la cosa vi è venuta spontanea, liscia liscia, senza sofferenza ma anzi con dandismo, e allora non siete veramente splendidi.
E va bene. Ma, si licet, diversi da cosa? Non credo che la Margaret parli del solito diverso gay, o di pelle non bianca, o magari comunista. Ciò irrigidirebbe la meravigliosa fluidità del ragionamento sotteso all’aforisma: la forza dello slogan sta nella sua apertura, nel fatto che ciascuno possa riconoscere se stesso in questo diverso singolo e sofferente. Persino se bianco, eterosessuale e -absit iniuria- di destra.
Messo così, e al di là della sua dubbia utilità, il messaggio è abbastanza chiaro. C’è anche da compiacersi che sia passato un po’ di moda il vecchio insulto “individualista piccolo borghese”, che fino a qualche anno fa sarebbe arrivato sicuramente sui denti. Altro che vero splendore.

 

 

30 novembre 2017

L’automobilista è nel terzo millennio, ma le società di car sharing sono ancora nel secondo

Ritenevo di essere un automobilista del terzo millennio, visto che in città mi muovo prevalentemente con le auto in car sharing.  Perciò dal 2012 mi sono iscritto a quattro società di questo tipo. Il risultato non è brillante:

  • Una è fallita. Perciò non la uso più.
  • Un’altra mi ha messo una “multa” (loro la chiamano penalità) per divieto di sosta. Sarei stato ben disponibile a pagare la multa se spiccata da un vigile, ancorché romano. Invece no: sono loro che girano con la macchina fotografica, fotografano le infrazioni dei propri clienti, e poi, in base a una clausola contrattuale, ti chiedono 50 euro di penalità. Perciò non la uso più.
  • Un’altra mi ha attirato con una tariffa stracciata, salvo, dopo un anno, aumentarla del 50%. Avrei anche potuto sopportare, ma poi hanno detto che mi avrebbero concesso uno sconto sulla base delle mie risposte a un questionario. Il questionario era composto di una sola domanda, a scelta multipla. L’imprevedibile domanda era: perché usi il car sharing? Io ho scelto: per la flessibilità. Potevo scegliere: perché costa poco, perché si inquina meno, perché si può parcheggiare sulle righe gialle, ma invece ho scelto per la flessibilità. Risultato: due centesimi di sconto al minuto. Perciò non la uso più.
  • La quarta è più seria, visto che è tedesca. Più cara, ma meglio. Andava tutto bene, finché la banca non mi ha rinnovato la carta di credito, che andava in scadenza. E lì è iniziata la persecuzione. La loro amministrazione, centralizzata a Stoccarda, non riesce a addebitare la carta di credito rinnovata. Il sistema ha un baco (infatti ho visto molte lamentele dello stesso tipo sulla app), ma il servizio clienti italiano non ha il coraggio di dirlo ai padroni tedeschi. Morale: sono stato molestato e minacciato perché pagassi 6 euro per bonifico internazionale, con la prospettiva di essere molestato nello stesso modo a ogni fattura futura. Perciò non la uso più.

Ho tirato fuori la macchina dal garage. Sono di nuovo un automobilista del secondo millennio.

 

16 novembre 2017

Anche la tolleranza ha un limite

Non posso certo definirmi un esperto di musica leggera. Diciamo anzi che la mia ignoranza in materia è grande. Riesco solo a capire che, rispetto agli archetipi anglosassoni, i cantanti italiani sono molto più in basso. Stavo aggiungendo un prudenziale “mediamente”, ma poi mi sono venuti in mente vari personaggi, e ho soprasseduto.

La mia dichiarata ignoranza, nonché il giudizio negativo sugli “artisti” italiani, non mi impediscono di essere molto tollerante, specie verso gli utenti. Vogliono ascoltare quella roba? Liberi di farlo, e di infarcirne i loro profili di social network. Certo, se abitassi vicino a uno stadio dove fanno concerti, sarei un po’ più critico. Ma, tutto sommato, ringrazio la tecnologia che ha sviluppato cuffie leggere e di qualità, per cui chiunque può intontirsi senza intontire.

La mia tolleranza è estesa a concerti, tournée, festival, eventi  e quant’altro. Lo stesso concerto dei Pink Floyd, che riempì Venezia di immondizia, mi turbò poco, e anzi mi si fece apprezzare per il fall-out positivo rappresentato dalla canzone dei Pitura  Freska (le canzoni umoristiche fanno eccezione, e mi piacciono, specie se in dialetto). Poi, se vengono i Rolling Stones, o Vasco fa il concerto di addio, o se una band blasonata va in tournée, chi sono io per giudicare?

C’è poi l’aspetto sociologico. Qualche anno fa capitai a Praga in un albergo vicino allo stadio, in coincidenza con un concerto degli Iron Maiden. Fu molto interessante guardare il pubblico in avvicinamento allo stadio: tristi ultraquarantenni fasciati di pelle nera e borchie, con tatuaggi ormai stinti sui bicipiti. Tristi a vedersi, e ancor più tristi nei pensieri che provocavano, riassumibili in una frase: “cazzo, questi sono più giovani di me”.

Persino le  patetiche esibizioni di Al Bano, qualcuna addirittura con Romina, mi provocano più che altro tenerezza. Parlano di una generazione che si è affrancata dalla miseria, se non dall’ignoranza, e si è speranzosamente ispirata a un modello di riscatto popolaresco e, in fondo, abbastanza genuino nella sua pacchianeria.

Ecco: quella che precede è solo una premessa. Perché vedo la pubblicità di una tournée di Gianni Morandi, e tutta la mia tolleranza, puff, è finita. Qui lo dico e lo dichiaro: chi compra il biglietto è persona poco pregevole. Meno pregevole se ha l’ingresso gratuito.