Archive for ‘Uncategorized’

21 aprile 2018

Il Corriere della Serva

La notizia più importante di oggi:

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(Va da sé che “sopperire” è verbo intransitivo).

 

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16 aprile 2018

Politically correct? forestiero fu, forestiero è

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Vilfredo Pareto, Il mito virtuista e la letteratura immorale, 1911

11 aprile 2018

La democrazia è in pericolo? No: la democrazia è un pericolo

Da 2 millenni e mezzo, e cioè dalla condanna di Socrate, si discute del possibile degrado della democrazia, tanto che è pure invalso un luogo comune detto paradosso della democrazia. Il problema è virtuosamente definito come la possibilità da parte della maggioranza, o di chi, avendo la maggioranza, detiene il potere, di fare cose brutte. Ne consegue una serie di attentati ai coglioni dei lettori di quotidiani e dei telespettatori, nonché dei fruitori di facebook e simili network. Il più ovvio e martellante  riferimento storico sono le elezioni del 1933 in Germania. Questo riferimento è però così usurato che è diventato autolesionistico: è evidente che chi si riduce a farne uso è dialetticamente all’ultima spiaggia. Perciò, si sono venute sviluppando argomentazioni un po’  più sofisticate: le quali hanno, comunque, lo stesso comune denominatore: delegittimare chi, pur stando sul cazzo a chi  parla/scrive, ha avuto la sfrontatezza di essere democraticamente eletto. Benché questa capriola logica sia accessibile, in teoria, a chiunque, risulta dall’esperienza degli ultimi decenni che solo intellettuali di sinistra ne fanno uso. Non sappiamo perché, ma è così.

Momento. Lo avevamo appena detto, e guarda qui: abbiamo il più giovane e rampante critico della democrazia e dei suoi pericoli, Yascha Mounk, lodato proprio dal Foglio. 

Ma non deviamo. Questo Yascha si è rapidamente guadagnato i galloni di fustigatore dei sistemi democratici, e detta legge nei circoli liberal. Ce l’ha coi populisti, e naturalmente fa parte della schiera dei nemici di Trump. Vive e scrive in America ma, essendo di origini europee (ebreo tedesco, come non cessa di ricordarci: ma a noi, che cazzo ce ne frega se lui è ebreo? E tedesco?) vuole pontificare anche sui populismi e le democrazie del Vecchio Continente. Imperdibili, al riguardo, le sue valutazioni sulle elezioni italiane e ungheresi. Stronzate dilettantesche, che nessun media di questa parte del modndo avrebbe il coraggio di pubblicare, salvo sponsorizzazione di Soros, e invece vanno per la maggiore di là dell’Atlantico, perlomeno in certi circoli.

La sostanza delle argomentazioni del ragazzo è che con la maggioranza i cattivi (pur regolarmente eletti) fanno in modo di modificare le regole e, inoltre, acquisire il monopolio dei media, in modo da vincere infallibilmente le successive elezioni. Roba che Berlusconi e Renzi potrebbero prenderlo a schiaffi.

9 aprile 2018

Horror

7 aprile 2018

Adam Smith e i grillini

The annual labour of every nation is the fund which originally supplies it with all the necessaries and conveniencies of life which it annually consumes, and which consist always either in the immediate produce of that labour, or in what is purchased with that produce from other nations.

According, therefore, as this produce, or what is purchased with it, bears a greater or smaller proportion to the number of those who are to consume it, the nation will be better or worse supplied with all the necessaries and conveniencies for which it has occasion.

But this proportion must in every nation be regulated by two different circumstances: first, by the skill, dexterity, and judgment with which its labour is generally applied; and, secondly, by the proportion between the number of those who are employed in useful labour, and that of those who are not so employed. Whatever be the soil, climate, or extent of territory of any particular nation, the abundance or scantiness of its annual supply must, in that particular situation, depend upon those two circumstances.

Questa è l’apertura della famosa opera di Adam Smith. Nessuno, per due secoli e mezzo, ha mai messo in discussione la verità contenuta nel primo passaggio grassettato, ossia che la ricchezza di una nazione è data dalla quantità di beni e servizi utili che essa si può assicurare nell’unità di tempo. Va notato che neppure Marx e i suoi epigoni, ivi inclusi coloro che cercarono di applicarne i dettami sul campo, furono mai in disaccordo.

Anche il secondo passaggio grassettato non è stato, che ci risulti, contestato da nessuno, salvo un’eccezione: l’Italia. L’unicità e originalità dottrinale  del nostro paese, o almeno di una consistente parte della nostra società, sta nel non fare distinzione fra lavoro utile e non. E’ ben vero che neppure Marx,. che italiano non era, parlava di lavoro non utile, ma questo avveniva per il fatto che il filosofo di Treviri aveva in mente il lavoro salariato dell’epoca, dando giustamente per scontato che il padrone non concedesse nicchie di fancazzismo.

Nell’Italia degli ultimi 50 anni, invece, si è venuta non solo consolidando un’area protetta nella quale il lavoro può non essere utile, ma si sono anche sviluppate dottrine politico-sociali-economiche che negano qualsiasi superiorità, economica o etica, del lavoro produttivo. Va qui specificato che Adam Smith trattava il lavoro non produttivo per categorie di lavoratori, mettendoci dentro, oltre al sovrano, anche professioni come quella legale, militare, medica, nonché due categorie molto vicine fra loro: letterati e servi. Nell’Italia di oggi, invece, quei pochi che posseggono discernimento capiscono che il lavoro improduttivo è trasversale alle professioni, anche se  ne è visibile una presenza maggiore là dove, istituzionalmente, non c’è controllo sulla performance. Quanto alle dottrine sviluppatesi in difesa di queste aree di improduttività, si tratta tradizionalmente di roba molto grezza, che si sviluppa intorno a un paio di pilastri logici:

  • Negare l’evidenza
  • Sostenere che Keynes ha detto che i fancazzisti sviluppano il PIL, spendendo lo stipendio.

Recentemente, però, la dottrina si è evoluta, inglobando almeno due altri concetti:

  • La solidarietà sociale impone di retribuire anche chi non lavora
  • La robotica e l’intelligenza artificiale porteranno comunque a eliminare presto il lavoro umano

Non si può negare che, in prospettiva, questi due argomenti abbiano il loro peso. Si tratta, tuttavia, di argomenti da maneggiare con cura, e da non affidare a apprendisti stregoni. Speriamo di non dover dire ‘a fessa è gghiuta ‘mmano a ‘e ccriature.

 

 

 

 

5 aprile 2018

Buon sangue non mente

Si ragionava, tempo fa, sull’ininterrotta tradizione “busiarda” de “La Stampa”, e lo si faceva a proposito di un articolo nel quale si dava conto di un improbabile atto di onestà, performato da un’improbabile coppia di extracomunitari a favore di un improbabile “scrittore”. Tutto ciò, è chiaro, per fini di edificazione del lettore. Poiché buon sangue non mente, ecco il noto Gramellini, che scrive sul Corriere ma proviene dalla Stampa, confezionarci quasi esattamente la stessa storia, e trarne esattissimamente la stessa morale. Questa volta il protagonista è solitario e comunitario, ma appartiene a un Paese che ha scelto, come primo atto di amicizia dopo l’entrata nell’UE, di inviare in dono agli altri 27 partners un congruo numero di pregiudicati, liberandosene. Logico che, sotto un profilo squisitamente sociologico, i componenti di quella comunità nazionale che risiedono da noi siano circondati da un qualche sospetto. E’ la statistica, bellezza. E la statistica è l’anima della sociologia. Ma per Gramellini la sociologia è “luogo comune”. Leggiamo la parte finale della sua fatica mattutina, avvertendo che Federico è il nome (improbabile) di un improbabile facchino romeno che dedicherebbe il tempo libero a ricercare coloro che smarriscono portafogli. I quali sono infallibilmente uomini di penna. Era “scrittore” il proprietario del portafogli restituito dalla coppia di extracomunitari, è giornalista il beneficato da Federico il romeno. Si sa, genio e sregolatezza, o sbadataggine, vanno insieme: pare che Hegel sia entrato in una biblioteca senza una scarpa, rimasta incollata al fango della strada. Ma veniamo al brano in questione:

Accidenti a te, Federico, abbattitore seriale di luoghi comuni. Esistono stranieri minacciosi che bivaccano ai margini delle nostre strade e paure, così come esistono poveri cristi senza un impiego che necessitano di un salario per sopravvivere. Ma tu sembri atterrato apposta su un tappeto di pregiudizi per rammentarci che non è la nazionalità a fare di qualcuno una persona perbene, e che c’è ancora chi ambisce a guadagnare soldi alla vecchia maniera: lavorando.

Per contrappasso, viene irresistibile alla mente la battuta che circola da sempre sulla professione di giornalista: sempre meglio che lavorare.

Invece, sull’uso della parola “seriale” è lecito ogni dubbio: quanti portafogli ha trovato Federico? E come mai li trova sempre lui?

21 marzo 2018

Cesare Beccaria

Da Elementi di economia pubblica, 1804.

 

14 marzo 2018

1962

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Preso qui.

6 marzo 2018

Vaccinazioni

“In 1736 I lost one of my sons, a fine boy of four years old, by the smallpox, taken in the common way. I long regretted him bitterly, and still regret that I had not given it to him by inoculation. This I mention for the sake of parents who omit that operation, on the supposition that they should never forgive themselves if a child died under it; my example showing that the regret may be the same either way, and, therefore, that the safer should be chosen.”

Benjamin Franklin, Autobiografia.

19 febbraio 2018

Leopold Bloom ricorda

Glowing wine on his palate lingered swallowed. Crushing in the winepress grapes of Burgundy. Sun’s heat it is. Seems to a secret touch telling me memory. Touched his sense moistened remembered. Hidden under wild ferns on Howth below us bay sleeping: sky. No sound. The sky. The bay purple by the Lion’s head. Green by Drumleck. Yellowgreen towards Sutton. Fields of undersea, the lines faint brown in grass, buried cities.

Pillowed on my coat she had her hair, earwigs in the heather scrub my hand under her nape, you’ll toss me all. O wonder! Coolsoft with ointments her hand touched me, caressed: her eyes upon me did not turn away. Ravished over her I lay, full lips full open, kissed her mouth. Yum. Softly she gave me in my mouth the seedcake warm and chewed. Mawkish pulp her mouth had mumbled sweetsour of her spittle. Joy: I ate it: joy.

Young life, her lips that gave me pouting. Soft warm sticky gumjelly lips.Flowers her eyes were, take me, willing eyes. Pebbles fell. She lay still. A goat. No-one. High on Ben Howth rhododendrons a nannygoat walking surefooted, dropping currants. Screened under ferns she laughed warmfolded. Wildly I lay on her, kissed her: eyes, her lips, her stretched neck beating, woman’s breasts full in her blouse of nun’s veiling, fat nipples upright. Hot I tongued her. She kissed me. I was kissed. All yielding she tossed my hair. Kissed, she kissed me.

Me. And me now.

Ulysses, Chapter 8, 898-918