Archive for ‘Uncategorized’

19 settembre 2017

Il futuro

YouTube was founded in 2005 by three people. Less than two years later, the company was purchased by Google for about $ 1.65 billion. At the time of its acquisition, YouTube employed a mere sixty-five people, the majority of them highly skilled engineers. That works out to a valuation of over $ 25 million per employee. In April 2012, Facebook acquired photo-sharing start-up Instagram for $ 1 billion. The company employed thirteen people. That’s roughly $ 77 million per worker. Fast-forward another two years to February 2014 and Facebook once again stepped up to the plate, this time purchasing mobile messagingcompany WhatsApp for $ 19 billion. WhatsApp had a workforce of fifty-five—giving it a valuation of a staggering $ 345 million per employee. Soaring per-employee valuations are a vivid demonstration of the way accelerating information and communications technology can leverage the efforts of a tiny workforce into enormous investment value and revenue. What’s more, they offer compelling evidence for how the relationship between technology and employment has changed. There is a widely held belief—based on historical evidence stretching back at least as far as the industrial revolution—that while technology may certainly destroy jobs, businesses, and even entire industries, it will also create entirely new occupations, and the ongoing process of “creative destruction” will result in the emergence of new industries and employment sectors—often in areas that we can’t yet imagine. A classic example is the rise of the automotive industry in the early twentieth century, and the corresponding demise of businesses engaged in manufacturing horse-drawn carriages. As we saw in Chapter 3, however, information technology hasnow reached the point where it can be considered a true utility, much like electricity. It seems nearly inconceivable that successful new industries will emerge that do not take full advantage of that powerful new utility, as well as the distributed machine intelligence that accompanies it. As a result, emerging industries will rarely, if ever, be highly labor-intensive. The threat to overall employment is that as creative destruction unfolds, the “destruction” will fall primarily on labor-intensive businesses in traditional areas like retail and food preparation, while the “creation” will generate new businesses and industries that simply don’t hire many people. In other words, the economy is likely on a path toward a tipping point where job creation will begin to fall consistently short of what is required to fully employ the workforce.

‘Rise of the Robots: Technology and the Threat of a Jobless Future’, by Martin Ford, 2016

Edizione italiana: “Il futuro senza lavoro. Accelerazione tecnologica e macchine intelligenti. Come prepararsi alla rivoluzione economica in arrivo” Il Saggiatore, 2017

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19 agosto 2017

Rutti rossi

Gli artisti comunisti usavano regalare quadri alle gallerie del blocco sovietico. Siccome però erano comunisti ma non scemi, regalavano le opere meno riuscite. Ecco, per esempio, cosa mandò a Mosca Renato Guttuso:

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I due capolavori si trovano al Museo Puskin. Ho memoria di un altro quadro di Guttuso, molto grande, relegato in una soffitta della Národní Galerie di Praga. Quello era davvero un rutto pazzesco. Non riesco a trovarne traccia in internet, per cui è probabile che dalla soffitta sia finito in magazzino.

Trovato, o almeno credo. Basta andare su Tripadvisor, e sicuramente si trova l’estimatore:

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18 agosto 2017

La Chiesa, l’antisemitismo, e i gesuiti come punta di diamante

Qualche anno fa, in occasione di un’incauta uscita del precedente pontefice, insieme a Barbara pubblicammo due articoli su LibMagazine, aventi come oggetto l’antisemitismo della Chiesa Cattolica.  Ho recentemente ritrovato il testo degli articoli, che credo siano ancora attuali: la gran massa delle citazione proviene da La Civiltà Cattolica o da singoli gesuiti, confratelli dell’attuale papa.

Non ho ritrovato la bibliografia. Le fonti sono molteplici, ma primeggia il fondamentale “Il manganello e l’aspersorio” di Ernesto Rossi.

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1 agosto 2017

In una calda domenica di fine luglio

Questo è un blog poco frequentato. Domenica 30 luglio, per esempio, ha avuto solo tre visitatori. Normale: vanno al mare, mica stanno a casa a leggermi. Tuttavia, qualcosa di non normale è successo: i tre visitatori hanno fatto 156 visite. Non credo sia azzardato ipotizzare che uno dei tre ne abbia fatte 154, e infatti sono stati letti praticamente tutti i post. Risulta inoltre che sia stato visitato anche il vecchio blog, per il quale, purtroppo, manca la possibilità di contabilizzare le visite giorno per giorno.

Il visitatore misterioso è italiano, ma di più non so. Ignoro anche se sia uomo o macchina, anche se, ovviamente, propendo per la seconda ipotesi.

23 luglio 2017

Questione di culture

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L’interpretazione musicale è argomento poco scientifico. Anche le migliori recensioni di un concerto vanno sull’opinabile, sull’immaginifico, sull’apodittico. Come avviene quando non ci sia un punto di appoggio sicuro, rimane come risorsa il confronto fra interpreti.

Ieri  ho assistito, nella Festspielhaus di Baden-Baden, a un concerto lunghissimo. L’interprete più atteso era il pianista coreano Seong-Jin Cho, che con l’Orchestra Mariinsky, diretta da  Valery Gergiev, ha dato agli spettatori ambedue i concerti di Chopin, oltre a un bis piuttosto noto, ossia la Polacca op.53. Serve aggiungere che il  ventitreenne coreano è vincitore del Concorso Chopin di Varsavia del 2015, tenzone per la quale sono passati, non sempre vincitori, molti dei maggiori interpreti chopiniani, fra cui possiamo citare, fra i viventi,  Vladimir Ashkenazy,  Maurizio Pollini, Martha Argerich, Ivo Pogorelich, oltre a una selva di pianisti orientali, che da una quarantina d’anni occupano le prime posizioni nel concorso, per poi essere regolarmente dimenticati nel giro di pochi mesi.

Non so se Seong-Jin Cho subirà la stessa sorte. Impegnato in due fondamentali capolavori della letteratura pianistica, bisogna dire che non ha sbagliato nulla. Inoltre, rispetto al più noto dei suoi concorrenti orientali, ossia il famigerato Lang Lang, meglio ha fatto, distinguendosi per superiori chiarezza espositiva e uso della dinamica, specie per quanto riguarda una mano sinistra davvero bene impostata (a mio parere, la mano destra era limitata nella resa da una imperfetta accordatura dello Steinway sulle note più alte).

Detto tutto il bene che si può dire dal punto di vista tecnico, rimane il solito male da dire sulle qualità interpretative. Studiati che ebbimo Lang Lang, Yuia Wang e il simpatico Seong-Jin Cho, ci tocca tornare al punto di partenza, e avallare i pregiudizi: è un fatto culturale. Gli autori occidentali sfuggono alla comprensione profonda di questi ragazzotti dalle agili dita. E, per tornare alla premessa, non un brivido, non una piacevole sensazione  mi furono comunicati ieri sera. Non è una valutazione scientifica, ma per me vale.

Dicevo all’inizio che è stato un concerto lunghissimo: così dicono fossero quelli fino all’anteguerra. E’ probabile che abbia influito la voglia di Gergiev di andare oltre Chopin. Della parte orchestrale dei due concerti di Chopin c’è molto poco da dire: frutto di imperizia compositiva. Credo che sia una sofferenza per direttore e orchestrali. Ragion per cui, è stata una questione di riscatto posporvi la Settima di Bruckner, che l’Orchestra Mariinsky e il suo direttore hanno reso alla grande. Gergiev dirige senza podio e con una mini bacchetta. Il suo gesto, sempre sobrio, negli anni è diventato meno brusco, e così deve dirsi della resa sonora, più levigata di un tempo, ma ugualmente brillante. L’orchestra, ieri non ricca di elementi, si conferma fra le migliori in assoluto.

3 luglio 2017

Il nuovo ordine economico di Hitler in Europa

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Paul Einzig (1897–1973) è stato un economista/scrittore/giornalista di origini romene, ma naturalizzato inglese. Oggi è ingiustamente dimenticato.

Nel suo “The case against joining the common market“(1971), espone le ragioni per le quali la Gran Bretagna non avrebbe dovuto entrare nell’Unione Europea.

Subito, all’inizio del primo capitolo, espone una verità storica cui pochi facevano e fanno riferimento: il primo piano di mercato comune europeo (e, senza dubbio, di Europa Unita) trova la sua concretizzazione nell’esperienza di integrazione avvenuta fra il 1940 e il 1944, ad opera dei nazisti. Esisteva “uno schema”, elaborato da Walter Funk, ministro dell’economia del Reich, che si occupava soprattutto di agricoltura, ma anche del resto. Lo “schema” riceveva, già nel 1940, autorevole endorsement scientifico da uno studioso che operava in un paese nemico, come citato da Einzig:

“The Nazi scheme must be rejected, not on the ground that it is unworkable, nor that it is fundamentally unsound economically – parts of it may well come to be adopted later in a modified form – but because it is based on a one sided German hegemony over the whole continent of Europe, which would be unendurable; the price to be paid for such merits as it possesses would be far too high and, moreover, there are grave economic defects which have to be set against these merits.”

C. W. Guillebaud in the December 1940 Economic journal under the title of “Hitler’s New Economic Order in Europe’.

Lo schema nazista deve essere respinto, non perché impossibile a realizzarsi, né perché economicamente infondato -parti di esso potrebbero essere successivamente adottate in forma modificata- ma perché basato su una egemonia unilaterale della Germania sul continente europeo, che sarebbe insopportabile; il prezzo da pagare per i suoi indubbi benefici sarebbe troppo alto e, inoltre, ci sono gravi difetti economici che contrastano quei benefici“.

Per Guillebaud, dunque, il piano nazista di integrazione economica europea era sostanzialmente buono (salvo alcune opportune modifiche: e quando mai un economista dà completamente ragione a un altro?), ma era intollerabile che prefigurasse un’egemonia tedesca.

Non so perché, ma questo brano mi mette a disagio.

28 giugno 2017

I soldi degli altri

There are four ways in which you can spend money. You can spend your own money on yourself. When you do that, why then you really watch out what you’re doing, and you try to get the most for your money. Then you can spend your own money on somebody else. For example, I buy a birthday present for someone. Well, then I’m not so careful about the content of the present, but I’m very careful about the cost. Then, I can spend somebody else’s money on myself. And if I spend somebody else’s money on myself, then I’m sure going to have a good lunch! Finally, I can spend somebody else’s money on somebody else. And if I spend somebody else’s money on somebody else, I’m not concerned about how much it is, and I’m not concerned about what I get. And that’s government. And that’s close to 40% of our national income.

Milton Friedman

Fox News interview (May 2004)

[traduzione, un po’ traballante,  di Wikipedia] Ci son 4 modi per spendere i soldi. Voi potete spendere i vostri soldi per voi stessi: quando lo fate, allora stare davvero attenti a cosa state facendo e cercherete di avere la massima resa per la vostra spesa. Oppure voi potete spendere i vostri soldi per qualcun altro: per esempio, io ho comprato un regalo di compleanno per una persona; ora, io non ho poi grande interesse per il contenuto del dono, ma sono stato molto attento al costo. Altra possibilità, io posso spendere i soldi di qualcun altro per me: e allora se posso spendere i soldi di qualcun altro per me state sicuri che ci scapperà una bella mangiata al ristorante! Infine, io posso spendere i soldi di qualcun altro per un’altra persona ancora; e se io starò a spendere i soldi di uno per un altro, non sarò preoccupato a quanti siano, né sarò preoccupato a come li spendo. E questo è quel che fa il governo. E questo ha circa il 40% del prodotto interno. (dall’intervista a Fox News, maggio 2004)

Il caso della spesa pubblica italiana oltrepassa la pur disincantata visione di MF. E’ un quinto caso: spending somebody else’s money on somebody else, to obtain somebody else’s gratitude and benefit from it.

Anche la percentuale, purtroppo, è più alta.

22 giugno 2017

Nuovi dialoghi italo-africani

Il treno 9966 di Italo, che va da Roma a Milano, oggi è piuttosto pieno. Sul treno, trovo il mio posto occupato da uno zaino senza padrone. Di questi tempi non è cosa simpatica, ma io sono convinto che ogni cittadino è un soldato, e che si debba accettare un ragionevole rischio. Perciò, guardatomi intorno e non vedendo alcun possibile proprietario, decido di mettere lo zaino sulla cappelliera sopra di me. Mentre lo sto facendo, si apre la porta del cesso e ne esce un africano sui 40, che dimostra subito con il linguaggio del corpo di essere il legittimo proprietario del bagaglio.
Anche il linguaggio della lingua è sciolto, in decente italiano con un accento francese.
Dialogo:
– È suo?
-Non bisognerebbe toccarlo, perché io potrei dire che c’erano 10000 euro
-Lei lo dica
-Non lo dico perché sono un prete
-Perché, i preti non rubano?
-Queste sono le regole
-Veramente le regole sono che non si lasciano i bagagli incustoditi
-(Andandosene) le regole sono che ci vuole rispetto
-Guardi che io rispetto tutti, persino i preti.

Nota: Se avessi visto subito la sua copia di Tuttosport avrei formulato in modo diverso la domanda relativa ai furti.

 

19 giugno 2017

Sull’immigrazione

Interessante articolo di un sito comunista (non desinistra, comunista)

 

2 giugno 2017

Bugden e Joyce

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Frank Bugden – Ritratto di James Joyce

When you talk painting to Taylor, Sargent or Suter you don’t talk about the object represented but about the painting. It is the material that conveys the image of the jug, loaf of bread, or whatever it is, that interests you. And quite rightly, I should say, because that is where the beauty of the artist’s thought and handicraft become one. If this writer is as good as you say he is, I can’t under stand why some of his prose hasn’t stuck in your otherwise excellent memory

Sono parole di James Joyce riportate da Frank Budgen (James Joyce and the making of Ulysses, 1960). Budgen era un pittore,e incontrò Joyce a Zurigo nel 1918. La frase origina da una discussione su uno scrittore non specificato, e J.J. ha chiesto a Budgen perché, pur lodando lo scrittore, non ne ricordi a memoria neanche una frase.

A un secolo di distanza, alcune considerazioni laterali:

  1. L’uso dei brani mandati a memoria è totalmente scomparso dal nostro orizzonte, scolastico e di vita. Io non credo che sia un bene, e non mi sono dimenticato che c’è Google.
  2. La stagione di fine secolo/inizio secolo è la più feconda che si possa ricordare per le arti, sia prese individualmente che in sinergia
  3. E’ interessante la citazione dei tre artisti da parte di J.J. Oggi, se uno di noi si immaginasse tre artisti da citare nel 1918, neanche in un caso su un milione verrebbero fuori quei tre. E’ però vero che si tratta di frequentazioni, e non di una graduatoria di qualità artistica.

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Taylor

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Sargent

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Suter

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