Archive for marzo, 2015

31 marzo 2015

Tempestività

C’è un tempo per nascere e un tempo per morire,
un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante.
Un tempo per uccidere e un tempo per guarire,
un tempo per demolire e un tempo per costruire.
Un tempo per piangere e un tempo per ridere,
un tempo per gemere e un tempo per ballare.
Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli,
un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci.
Un tempo per cercare e un tempo per perdere,
un tempo per serbare e un tempo per buttar via.
Un tempo per stracciare e un tempo per cucire,
un tempo per tacere e un tempo per parlare.
Un tempo per amare e un tempo per odiare,
un tempo per la guerra e un tempo per la pace
Ecclesiaste 3

Aggiungo: c’è un tempo per denunciare i pericoli delle spinte decisioniste, e un tempo per le decisioni.

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18 marzo 2015

Aimez-vous Brahms? E come no.


 

Rimane per me misterioso il fascino del Requiem Tedesco. Più provo ad analizzarlo, e più penso che la chiave sia nel “tedesco”. Il confronto più facile, nel senso che marca incommensurabili distanze, è con la Messa da Requiem di Verdi, composta sei anni dopo. Tra il Verdi che, sia pure miscredente, musica una messa, e il Brahms che si va a scegliere i passi della Bibbia, ovviamente quella nella traduzione di Lutero. Il confronto, preso da una certa angolazione, potrebbe aprire una linea di ragionamento sull’allontanamento degli intellettuali dalla Chiesa, nel secolo XIX. La cosa, però, riguarderebbe i paesi cattolici. Ciò che il Requiem brahmsiano testimonia è l’allontanamento della civiltà germanica dal resto d’Europa, come se avesse preso un binario differente allo scambio, che probabilmente coincide con l’uscita dalle turbolenze europee di inizio secolo. Certamente, all’epoca di Brahms la musica era meno cosmopolita di un secolo prima. Il paradigmatico paragone fra Mozart e Salieri è possibile perché i due appartenevano allo stesso mondo. Tre quarti di secolo dopo, la divaricazione tra cultura tedesca e italiana (ma anche francese, o russa) era tale da rendere improponibile qualunque accostamento, tanto che persino i generi musicali praticati erano diversi, e non esiste un sinfonismo italiano. Il ricongiungimento verrà tentato più avanti, con la musica del secolo XX, ma si trattava ormai di operazioni di élite, favorite anche dalle tecnologie in evoluzione, con ricaduta successiva sul grande pubblico. A livello “popolare”, il più significativo tentativo di avvicinamento fu il verismo italiano. Tentativo sostanzialmente fallito, o comunque giocato in ruolo subalterno, se confrontiamo il successo di Wagner in Italia con quello di Catalani o Puccini in Germania.
Il secondo movimento del Requiem Tedesco, musicalmente straordinario, utilizza per tre volte un brano dalla prima epistola di S.Pietro, che in italiano fa:


Poiché la carne è come l’erba
e tutta la gloria dell’uomo è come il fiore dell’erba.
L’erba si dissecca e il fiore appassisce.
Ma la parola del Signore resta per l’eternità.


La seconda e terza ripresa si innestano dopo un entusiasmante crescendo dell’orchestra, guidato dalle percussioni. Il coro entra con enorme slancio, e prosegue con crescente enfasi fino alla parola composta Herrlichkeit (gloria dell’uomo). Esattamente a metà, dove in tedesco comincia la parola “gloria”, lo slancio si acquieta, per portare il resto del passaggio in un clima di spossata resa e abbandono all’ineluttabile. Prodromo, tuttavia, al trascinante e gioioso impianto polifonico della frase successiva, presa da Isaia:


I redenti del Signore torneranno
e saliranno verso Sion, con possenti grida di gioia;
gioia, gioia eterna scenderà sul loro capo;
avranno gioia ed esultanza,
e dolore e tristezza spariranno.


E’ un manifesto musicale alla giustificazione per fede e alla predestinazione. E un manifesto al germanesimo, persino inquietante (non per colpa di Brahms).
All’Auditorium di Roma, questa settimana il Requiem Tedesco lo dirigeva Manfred Honeck. Una bella interpretazione, con tempi un po’ dilatati, forse un po’ troppo morbida, ma di alta scuola. L’orchestra e il coro di Santa Cecilia sono, giova ricordarlo, gli unici in Italia capaci di eseguire il repertorio tedesco a un livello comparabile a quello dei grandi complessi al di là delle Alpi. Mi hanno colpito i fiati, davvero eccellenti. Un gradino più in basso i due solisti di canto, importati chissà da dove.