3 luglio 2017

Il nuovo ordine economico di Hitler in Europa

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Paul Einzig (1897–1973) è stato un economista/scrittore/giornalista di origini romene, ma naturalizzato inglese. Oggi è ingiustamente dimenticato.

Nel suo “The case against joining the common market“(1971), espone le ragioni per le quali la Gran Bretagna non avrebbe dovuto entrare nell’Unione Europea.

Subito, all’inizio del primo capitolo, espone una verità storica cui pochi facevano e fanno riferimento: il primo piano di mercato comune europeo (e, senza dubbio, di Europa Unita) trova la sua concretizzazione nell’esperienza di integrazione avvenuta fra il 1940 e il 1944, ad opera dei nazisti. Esisteva “uno schema”, elaborato da Walter Funk, ministro dell’economia del Reich, che si occupava soprattutto di agricoltura, ma anche del resto. Lo “schema” riceveva, già nel 1940, autorevole endorsement scientifico da uno studioso che operava in un paese nemico, come citato da Einzig:

“The Nazi scheme must be rejected, not on the ground that it is unworkable, nor that it is fundamentally unsound economically – parts of it may well come to be adopted later in a modified form – but because it is based on a one sided German hegemony over the whole continent of Europe, which would be unendurable; the price to be paid for such merits as it possesses would be far too high and, moreover, there are grave economic defects which have to be set against these merits.”

C. W. Guillebaud in the December 1940 Economic journal under the title of “Hitler’s New Economic Order in Europe’.

Lo schema nazista deve essere respinto, non perché impossibile a realizzarsi, né perché economicamente infondato -parti di esso potrebbero essere successivamente adottate in forma modificata- ma perché basato su una egemonia unilaterale della Germania sul continente europeo, che sarebbe insopportabile; il prezzo da pagare per i suoi indubbi benefici sarebbe troppo alto e, inoltre, ci sono gravi difetti economici che contrastano quei benefici“.

Per Guillebaud, dunque, il piano nazista di integrazione economica europea era sostanzialmente buono (salvo alcune opportune modifiche: e quando mai un economista dà completamente ragione a un altro?), ma era intollerabile che prefigurasse un’egemonia tedesca.

Non so perché, ma questo brano mi mette a disagio.

28 giugno 2017

I soldi degli altri

There are four ways in which you can spend money. You can spend your own money on yourself. When you do that, why then you really watch out what you’re doing, and you try to get the most for your money. Then you can spend your own money on somebody else. For example, I buy a birthday present for someone. Well, then I’m not so careful about the content of the present, but I’m very careful about the cost. Then, I can spend somebody else’s money on myself. And if I spend somebody else’s money on myself, then I’m sure going to have a good lunch! Finally, I can spend somebody else’s money on somebody else. And if I spend somebody else’s money on somebody else, I’m not concerned about how much it is, and I’m not concerned about what I get. And that’s government. And that’s close to 40% of our national income.

Milton Friedman

Fox News interview (May 2004)

[traduzione, un po’ traballante,  di Wikipedia] Ci son 4 modi per spendere i soldi. Voi potete spendere i vostri soldi per voi stessi: quando lo fate, allora stare davvero attenti a cosa state facendo e cercherete di avere la massima resa per la vostra spesa. Oppure voi potete spendere i vostri soldi per qualcun altro: per esempio, io ho comprato un regalo di compleanno per una persona; ora, io non ho poi grande interesse per il contenuto del dono, ma sono stato molto attento al costo. Altra possibilità, io posso spendere i soldi di qualcun altro per me: e allora se posso spendere i soldi di qualcun altro per me state sicuri che ci scapperà una bella mangiata al ristorante! Infine, io posso spendere i soldi di qualcun altro per un’altra persona ancora; e se io starò a spendere i soldi di uno per un altro, non sarò preoccupato a quanti siano, né sarò preoccupato a come li spendo. E questo è quel che fa il governo. E questo ha circa il 40% del prodotto interno. (dall’intervista a Fox News, maggio 2004)

Il caso della spesa pubblica italiana oltrepassa la pur disincantata visione di MF. E’ un quinto caso: spending somebody else’s money on somebody else, to obtain somebody else’s gratitude and benefit from it.

Anche la percentuale, purtroppo, è più alta.

22 giugno 2017

Nuovi dialoghi italo-africani

Il treno 9966 di Italo, che va da Roma a Milano, oggi è piuttosto pieno. Sul treno, trovo il mio posto occupato da uno zaino senza padrone. Di questi tempi non è cosa simpatica, ma io sono convinto che ogni cittadino è un soldato, e che si debba accettare un ragionevole rischio. Perciò, guardatomi intorno e non vedendo alcun possibile proprietario, decido di mettere lo zaino sulla cappelliera sopra di me. Mentre lo sto facendo, si apre la porta del cesso e ne esce un africano sui 40, che dimostra subito con il linguaggio del corpo di essere il legittimo proprietario del bagaglio.
Anche il linguaggio della lingua è sciolto, in decente italiano con un accento francese.
Dialogo:
– È suo?
-Non bisognerebbe toccarlo, perché io potrei dire che c’erano 10000 euro
-Lei lo dica
-Non lo dico perché sono un prete
-Perché, i preti non rubano?
-Queste sono le regole
-Veramente le regole sono che non si lasciano i bagagli incustoditi
-(Andandosene) le regole sono che ci vuole rispetto
-Guardi che io rispetto tutti, persino i preti.

Nota: Se avessi visto subito la sua copia di Tuttosport avrei formulato in modo diverso la domanda relativa ai furti.

 

19 giugno 2017

Sull’immigrazione

Interessante articolo di un sito comunista (non desinistra, comunista)

 

2 giugno 2017

Bugden e Joyce

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Frank Bugden – Ritratto di James Joyce

When you talk painting to Taylor, Sargent or Suter you don’t talk about the object represented but about the painting. It is the material that conveys the image of the jug, loaf of bread, or whatever it is, that interests you. And quite rightly, I should say, because that is where the beauty of the artist’s thought and handicraft become one. If this writer is as good as you say he is, I can’t under stand why some of his prose hasn’t stuck in your otherwise excellent memory

Sono parole di James Joyce riportate da Frank Budgen (James Joyce and the making of Ulysses, 1960). Budgen era un pittore,e incontrò Joyce a Zurigo nel 1918. La frase origina da una discussione su uno scrittore non specificato, e J.J. ha chiesto a Budgen perché, pur lodando lo scrittore, non ne ricordi a memoria neanche una frase.

A un secolo di distanza, alcune considerazioni laterali:

  1. L’uso dei brani mandati a memoria è totalmente scomparso dal nostro orizzonte, scolastico e di vita. Io non credo che sia un bene, e non mi sono dimenticato che c’è Google.
  2. La stagione di fine secolo/inizio secolo è la più feconda che si possa ricordare per le arti, sia prese individualmente che in sinergia
  3. E’ interessante la citazione dei tre artisti da parte di J.J. Oggi, se uno di noi si immaginasse tre artisti da citare nel 1918, neanche in un caso su un milione verrebbero fuori quei tre. E’ però vero che si tratta di frequentazioni, e non di una graduatoria di qualità artistica.

sargent

Taylor

taylor

Sargent

Budgen_portraithead

Suter

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27 maggio 2017

Sì, ho parlato veramente troppo

Approcciato da un senegalese munito di libretti:

Senegalese Io
Ciao
Perdi tempo
puoi più proficuamente
rivolgerti ad altri
Tu parli troppo
sei un pappagallo
Totale 7 parole Totale 8 parole
23 maggio 2017

Lucio Fontana (2)

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16 maggio 2017

Le vite degli altri (2)

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I libri usati sono, credo, un business in netto calo, se mai fu prospero. Io continuo a essere attratto dalle sempre  più rare bancarelle, solo che, negli ultimi tempi, mi capita di trovarci un pezzo della mia biblioteca personale, e ciò non è piacevole. I libri hanno una connotazione temporale. Sono edizioni di classici usciti in un certo periodo, e libri appena usciti negli stessi anni. Libri comprati, e libri solo guardati sugli scaffali della libreria. Libri letti, e libri lasciati lì con vaghi propositi di approccio successivo. Insomma, i libri di quando uno era giovane.

Bene: vedere un pezzo della propria biblioteca personale, così, in blocco, su una bancarella, ha un solo significato: quello come te è crepato, e gli eredi hanno chiamato il venditore di libri usati, il quale, in cambio di un biglietto giallo o al massimo verde, se li è portati via.

L’incontro non è perciò gradevole. Inutile dire che il pensiero corre ai libri tuoi, e nel mio caso anche ai dischi miei. E’ una fortuna che almeno i nuovi acquisti, che sono in forma digitale, non faranno la stessa fine.

Esiste, tuttavia, una cosa anche più triste: la vendita delle memorie condivise, oppure, se si preferisce, dei sogni d’amore. Guardiamo questo (orribile) servizio di piatti nella foto sopra. La foto è presa dalla vetrina di un antiquario da strapazzo, e colpisce la completezza del servizio, dovuta certamente al fatto che, essendo il servizio “buono”, non veniva usato tutti i giorni, ma solo in rare occasioni. Questo mucchio  ordinato di porcellana dai fregi dorati ci parla di un matrimonio di tanti anni fa: amore, sogni, speranze. Una giovane borghesuccia, il suo giovane marito. Poi, il video di una vita in fast forward, fino al necessario epilogo: morto lui, morta lei. I figli si dividono la roba. Di solito è come per i ragazzini che fanno la partita di calcio: scelgo io, poi scegli tu, poi scelgo io. Alla fine restano i più schiappa. Va bene, il servizio di piatti lo prendo io (potrei metterlo su EBay, ma come si trasporta? No, lo do a quel rigattiere, qualche soldo lo prendo).

Fine dei ricordi.

6 maggio 2017

Le vite degli altri

Via Mantegazza, a Milano, è stretta, con due marciapiedini larghi 50 centimetri. Poiché gli automobilisti ci parcheggiavano lo stesso, mezzi su e mezzi giù dal marciapiede, il Comune, con uno dei suoi pochi provvedimenti ragionevoli, ha messo dei paletti di ferro, così non parcheggiano più.

A questi distinti signori non resta che occupare, in superdivieto, l’angolo con Corso Garibaldi. Oggi ce n’era tre, tutti con SUV. Il terzo sporgeva in Via Mantegazza in modo tale che io, passando, ho dovuto strisciare le ruote sul bordo del marciapiede. Mi sono fermato, e ho visto un tizio sui 45, con l’aria del fighetto, che stava in auto insieme a due ragazzini. Gli ho detto: “Che cosa fai qui?” Risposta piccata: “Adesso me ne vado. Vada via o le spacco…” Poiché stavo alzando il finestrino, l’ultima parola è andata persa. Allora l’ho riabbassato, e gli ho chiesto: “Che cosa hai detto?”. Allora lui, con voce fessa, e senza dismettere il “lei”: “Lei deve smettere di entrare nella mia vita”.

Io ho riso per mezz’ora. Dev’essere il modo chic per dire “non mi rompere i coglioni”.

6 maggio 2017

Lucio Fontana

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E’ il bozzetto, alto oltre due metri, di un altorilievo raffigurante l’Assunzione, preparato negli anni ’50 per il Duomo di Milano, e mai eseguito in marmo.  Più o meno coevo dei bozzetti per il portale dedicato alla storia del Duomo, poi realizzato da Minguzzi in stile pseudowiligelmiano.