22 giugno 2017

Nuovi dialoghi italo-africani

Il treno 9966 di Italo, che va da Roma a Milano, oggi è piuttosto pieno. Sul treno, trovo il mio posto occupato da uno zaino senza padrone. Di questi tempi non è cosa simpatica, ma io sono convinto che ogni cittadino è un soldato, e che si debba accettare un ragionevole rischio. Perciò, guardatomi intorno e non vedendo alcun possibile proprietario, decido di mettere lo zaino sulla cappelliera sopra di me. Mentre lo sto facendo, si apre la porta del cesso e ne esce un africano sui 40, che dimostra subito con il linguaggio del corpo di essere il legittimo proprietario del bagaglio.
Anche il linguaggio della lingua è sciolto, in decente italiano con un accento francese.
Dialogo:
– È suo?
-Non bisognerebbe toccarlo, perché io potrei dire che c’erano 10000 euro
-Lei lo dica
-Non lo dico perché sono un prete
-Perché, i preti non rubano?
-Queste sono le regole
-Veramente le regole sono che non si lasciano i bagagli incustoditi
-(Andandosene) le regole sono che ci vuole rispetto
-Guardi che io rispetto tutti, persino i preti.

Nota: Se avessi visto subito la sua copia di Tuttosport avrei formulato in modo diverso la domanda relativa ai furti.

 

19 giugno 2017

Sull’immigrazione

Interessante articolo di un sito comunista (non desinistra, comunista)

 

2 giugno 2017

Bugden e Joyce

bugden

Frank Bugden – Ritratto di James Joyce

When you talk painting to Taylor, Sargent or Suter you don’t talk about the object represented but about the painting. It is the material that conveys the image of the jug, loaf of bread, or whatever it is, that interests you. And quite rightly, I should say, because that is where the beauty of the artist’s thought and handicraft become one. If this writer is as good as you say he is, I can’t under stand why some of his prose hasn’t stuck in your otherwise excellent memory

Sono parole di James Joyce riportate da Frank Budgen (James Joyce and the making of Ulysses, 1960). Budgen era un pittore,e incontrò Joyce a Zurigo nel 1918. La frase origina da una discussione su uno scrittore non specificato, e J.J. ha chiesto a Budgen perché, pur lodando lo scrittore, non ne ricordi a memoria neanche una frase.

A un secolo di distanza, alcune considerazioni laterali:

  1. L’uso dei brani mandati a memoria è totalmente scomparso dal nostro orizzonte, scolastico e di vita. Io non credo che sia un bene, e non mi sono dimenticato che c’è Google.
  2. La stagione di fine secolo/inizio secolo è la più feconda che si possa ricordare per le arti, sia prese individualmente che in sinergia
  3. E’ interessante la citazione dei tre artisti da parte di J.J. Oggi, se uno di noi si immaginasse tre artisti da citare nel 1918, neanche in un caso su un milione verrebbero fuori quei tre. E’ però vero che si tratta di frequentazioni, e non di una graduatoria di qualità artistica.

sargent

Taylor

taylor

Sargent

Budgen_portraithead

Suter

Seleziona i file

27 maggio 2017

Sì, ho parlato veramente troppo

Approcciato da un senegalese munito di libretti:

Senegalese Io
Ciao
Perdi tempo
puoi più proficuamente
rivolgerti ad altri
Tu parli troppo
sei un pappagallo
Totale 7 parole Totale 8 parole
23 maggio 2017

Lucio Fontana (2)

lucio-fontana-concetto-spaziale-attesa

16 maggio 2017

Le vite degli altri (2)

dav

I libri usati sono, credo, un business in netto calo, se mai fu prospero. Io continuo a essere attratto dalle sempre  più rare bancarelle, solo che, negli ultimi tempi, mi capita di trovarci un pezzo della mia biblioteca personale, e ciò non è piacevole. I libri hanno una connotazione temporale. Sono edizioni di classici usciti in un certo periodo, e libri appena usciti negli stessi anni. Libri comprati, e libri solo guardati sugli scaffali della libreria. Libri letti, e libri lasciati lì con vaghi propositi di approccio successivo. Insomma, i libri di quando uno era giovane.

Bene: vedere un pezzo della propria biblioteca personale, così, in blocco, su una bancarella, ha un solo significato: quello come te è crepato, e gli eredi hanno chiamato il venditore di libri usati, il quale, in cambio di un biglietto giallo o al massimo verde, se li è portati via.

L’incontro non è perciò gradevole. Inutile dire che il pensiero corre ai libri tuoi, e nel mio caso anche ai dischi miei. E’ una fortuna che almeno i nuovi acquisti, che sono in forma digitale, non faranno la stessa fine.

Esiste, tuttavia, una cosa anche più triste: la vendita delle memorie condivise, oppure, se si preferisce, dei sogni d’amore. Guardiamo questo (orribile) servizio di piatti nella foto sopra. La foto è presa dalla vetrina di un antiquario da strapazzo, e colpisce la completezza del servizio, dovuta certamente al fatto che, essendo il servizio “buono”, non veniva usato tutti i giorni, ma solo in rare occasioni. Questo mucchio  ordinato di porcellana dai fregi dorati ci parla di un matrimonio di tanti anni fa: amore, sogni, speranze. Una giovane borghesuccia, il suo giovane marito. Poi, il video di una vita in fast forward, fino al necessario epilogo: morto lui, morta lei. I figli si dividono la roba. Di solito è come per i ragazzini che fanno la partita di calcio: scelgo io, poi scegli tu, poi scelgo io. Alla fine restano i più schiappa. Va bene, il servizio di piatti lo prendo io (potrei metterlo su EBay, ma come si trasporta? No, lo do a quel rigattiere, qualche soldo lo prendo).

Fine dei ricordi.

6 maggio 2017

Le vite degli altri

Via Mantegazza, a Milano, è stretta, con due marciapiedini larghi 50 centimetri. Poiché gli automobilisti ci parcheggiavano lo stesso, mezzi su e mezzi giù dal marciapiede, il Comune, con uno dei suoi pochi provvedimenti ragionevoli, ha messo dei paletti di ferro, così non parcheggiano più.

A questi distinti signori non resta che occupare, in superdivieto, l’angolo con Corso Garibaldi. Oggi ce n’era tre, tutti con SUV. Il terzo sporgeva in Via Mantegazza in modo tale che io, passando, ho dovuto strisciare le ruote sul bordo del marciapiede. Mi sono fermato, e ho visto un tizio sui 45, con l’aria del fighetto, che stava in auto insieme a due ragazzini. Gli ho detto: “Che cosa fai qui?” Risposta piccata: “Adesso me ne vado. Vada via o le spacco…” Poiché stavo alzando il finestrino, l’ultima parola è andata persa. Allora l’ho riabbassato, e gli ho chiesto: “Che cosa hai detto?”. Allora lui, con voce fessa, e senza dismettere il “lei”: “Lei deve smettere di entrare nella mia vita”.

Io ho riso per mezz’ora. Dev’essere il modo chic per dire “non mi rompere i coglioni”.

6 maggio 2017

Lucio Fontana

dav

E’ il bozzetto, alto oltre due metri, di un altorilievo raffigurante l’Assunzione, preparato negli anni ’50 per il Duomo di Milano, e mai eseguito in marmo.  Più o meno coevo dei bozzetti per il portale dedicato alla storia del Duomo, poi realizzato da Minguzzi in stile pseudowiligelmiano.

28 aprile 2017

Yuja dal vivo

Yuja Wang non ha deluso. Si è presentata con il vestito fucsia munito di spacco, e ha suonato il Primo di Tchaikovsky in modo egregio. Non posso dire che questo concerto sia uno dei miei preferiti, ma ritengo di conoscerlo abbastanza. La ragazza lo ha interpretato con tecnica buona e con espressività. Poiché, a tratti, è musica fracassona, sarebbe indispensabile che nei ripieni dell’orchestra il pianoforte si facesse valere un po’ di più, e questo con la Wang non succede. Complessivamente, mi resta una qualche insoddisfazione, che potrei così sintetizzare: poche emozioni. Ma è difficile separare la responsabilità dell’esecutrice e quella del compositore. Propenderei più per la seconda.

Il successo è stato enorme, ed è cominciato al botteghino: raro vedere la Sala Santa Cecilia quasi piena. Dopo l’esecuzione (e, purtroppo, anche durante) pubblico in delirio. Wang non ha concesso bis, cosa che in Italia è affronto grave. Chissà se nelle repliche sarà meglio consigliata.

Al contorno, c’era il Maestro Pappano con un programma dedicato a Roma. E’ una specie di tassa da pagare alla romanità dell’Accademia di S.Cecilia, tassa che questa volta era divisa in tre rate. La prima rata, in apertura di concerto, è consistita in un discorsetto di Pappano, che ha voluto presentare la prima esecuzione assoluta di un Caprice Romain del sig. Dubugnon, che costituiva la seconda rata.  Perché Pappano ha la passione del microfono? Non ha niente di interessante da dire, e non possiede una lingua per dirlo. La sua presentazione degli strumenti dell’orchestra può andare bene per i bambini della prima o seconda elementare. Gli elogi preventivi all’opera in prima esecuzione sono stucchevoli, come pure gli abbracci al compositore a esecuzione terminata. Il Caprice Romain è una specie di tarda imitazione dei poemi sinfonici di Respighi, che infatti erano la terza rata. Mentre per Caprice Romain si può spendere un solo aggettivo, “inutile”, le Fontane e i Pini di Roma, eseguiti nella seconda parte del programma, hanno testimoniato, se ce ne fosse bisogno, la grande qualità dell’Orchestra di Santa Cecilia, e anche del direttore.

13 aprile 2017

Sinistrese d’antan, con leccata di culo

GAM sta per Galleria di Arte Moderna, e sta a Torino, alloggiata in un edificio di inizio anni ’50 che fu avvenieristico, della cui costruzione c’è traccia puntuale in una teca: gara di appalto, valutazioni della commissione giudicatrice, lettere di incarico eccetera. Per dire che è un posto dove tendono a guardarsi allo specchio, e a dire “come siamo fighi”. Questo atteggiamento da intellò un po’ retrò si rinviene chiaramente nella disposizione della collezione permanente, che è tematica. I temi (chiamati collezioni) sono cose come “infinito”, “ombre”, “velocità”, “etica”, “natura”. Colpisce, e credo si possa rilevare anche dalle foto presenti nel sito del museo, la cervellotica attribuzione delle opere alle collezioni tematiche. Il sospetto è che tutte le opere possedute dovessero per forza rientrare in una tematica o nell’altra. Soccorre il disorientato visitatore una spiegazione, stampata sul muro della prima sala dedicata  a ciascuna collezione tematica. Il linguaggio è autentico sinistrese, ossia funzionale a un messaggio introflesso, ossia, per intenderci meglio: io critico d’arte sono io, e tu visitatore non sei un cazzo, per forza non mi capisci. Che è roba ormai un po’ d’epoca: diciamo che è andata scemando negli ultimi vent’anni. Naturalmente, la prosa è tradotta in inglese, e naturalmente il traduttore non è madre lingua, perché i raccomandati sono locali. D’altra parte, un madre lingua si sarebbe trovato a disagio con un linguaggio per lui incomprensibile come il sinistrese.

Bene. Posseggo la foto di uno di questi brani stampati sui muri. Ma è l’unico anomalo. No, anomalo no, ma diverso dagli altri. Insomma, è stampato con un inchiostro impastato con la saliva. Si riferisce alla collezione tematica “La Velocità”, ed eccolo qua:

dav

Molte domande vengono spontanee. La maggior parte ha a che fare con concetti come piaggeria, servilismo, ruffianeria, sinistra che lecca la mano del padrone, eccetera. Inutile formularle. Ma una, una sola, mi viene irresistibile: se John Elkann è nato e cresciuto in paesi anglosassoni, che motivo c’era per tradurlo in inglese alla cazzo di cane?

(O cazzo di kann?)