17 ottobre 2019

The Age of Surveillance Capitalism, by SHOSHANA ZUBOFF

ownership of the new means of behavioral modification eclipses ownership of the means of production as the fountainhead of capitalist wealth and power in the twenty-first century.

Annunci
16 ottobre 2019

Il gesuita e il pudore

Antonio Spadaro, gesuita e, si dice, principale suggeritore del vecchio papa (the old man is a bit gaga) è fine intellettuale. Non per nulla dirige la famigerata Civiltà Cattolica.

Da questa, l’incipit di un articolo sul critico letterario Harold Bloom, recentemente scomparso, dà il senso di cosa sia un gesuita, oggi:

Il 14 ottobre è scomparso Harold Bloom, docente presso l’Università di Yale, e uno tra i maggiori critici letterari statunitensi; forse anche il più noto, grazie anche alla redazione di un «canone occidentale».

Il termine «canone» in letteratura ha assun7to vari significati, ma comunemente sta a indicare i libri che «fanno testo», cioè quell’elenco di volumi considerati come imprescindibili per la loro importanza. Per la letteratura italiana, ad esempio, opere come la Commedia dantesca o i Promessi Sposi sono considerate appunto «canoniche», tanto che si studiano sui banchi di scuola assieme a tanti altri testi considerati, a torto o a ragione, più o meno «canonici». Sostanzialmente in Italia il concetto di canone in letteratura è mediato dai libri di testo delle scuole medie superiori: basta scorrere e comparare qualche indice per compilare il canone della nostra storia letteraria. Nella tradizione culturale del nostro Paese infatti sono ben solide le radici storicistiche. Esse hanno influito non poco nell’elaborazione dei curricoli scolastici e accademici e hanno contrastato la diffusione di impostazioni critiche (il formalismo, per citare forse il caso più vistoso) che prescindono sostanzialmente dall’impostazione storica. Era difficile, fino a poco tempo fa, mettere in discussione la stessa categoria di «storia letteraria».

Si è parlato spesso a questo proposito della scuola italiana (compresi i suoi libri di testo) come in prevalenza forgiata da una filosofia didattica di impianto sostanzialmente ottocentesco-risorgimentale (e anti-ecclesiastico) finalizzata alla costruzione del futuro cittadino, una filosofia cioè secondo la quale la letteratura deve essere un serbatoio di valori civili. In tal modo sono stati praticamente espulsi dal «canone» delle patrie lettere gli scrittori «corporei» tacciati di oscenità (Pietro Aretino, ad esempio) e gli scrittori «mistici» (Caterina da Siena, ad esempio) per il loro estremismo. Il canone ha dunque il diritto di «seppellire» l’opera di poeti che sono destinati ad essere ricordati soltanto dagli specialisti o dagli appassionati?

Allora: tutta la costruzione logica intorno ai termini “canone” e “canonico” serve, con ogni evidenza, a evitare l’accostamento all’Indice dei libri proibiti (si noti il pudico “espulsi dal canone“: qualunque laico avrebbe detto “messi all’indice”). E fin qui la prima caratteristica del gesuitismo: evitare, con manovre avvolgenti, verità imbarazzanti, mostrandone una versione presentabile. Ma la citazione dell’Aretino mostra anche l’altra caratteristica: la spudoratezza. I libri dell’Aretino erano all’indice.

 

29 settembre 2019

A&G

Ignoro perché Alesina & Giavazzi debbano sempre scrivere a quattro mani. Insicurezza? Ricerca di autorevolezza? Desiderio di dividere le responsabilità? Non so. Per me, se scrivono castronerie, la responsabilità raddoppia, non si dimezza.

Vediamo l’editoriale di oggi, che ha ad oggetto, tanto per cambiare, le politiche di bilancio. I due sedicenti economisti dovrebbero conoscere la differenza fra entrate e uscite dello Stato. Già il termine “costo” è piuttosto fuorviante, ma accettiamo pure che i due farfalloni lo eguaglino a “uscita”. Certamente, “spesa pubblica” significa “uscite”. E non ci piove, neppure per i farfalloni. Qualcuno mi spieghi, allora, perché una maggiore entrata viene rubricata come minore spesa:

Dal lato della spesa abbiamo più volte suggerito che un modo per cominciare è collegare il costo di alcuni servizi pubblici, come sanità e università, al reddito dell’utente. Una regola che oltre ad essere equa (oggi il sussidio che lo Stato concede a uno studente universitario di famiglia abbiente, cinque-seimila euro l’anno, è identico a quello che concede ai figli di famiglie relativamente povere) incentiva gli studenti a controllare la qualità dell’istruzione che ricevono.”

Secondo me la parola “costo” li ha tratti in inganno. Ma è costo per i cittadini, mentre per lo Stato è entrata. Sorvolo sul fatto che la frase fra parentesi è inesatta, e l’ultima frase è frutto di sogni.

14 settembre 2019

Max Weber

Screenshot (78)

29 agosto 2019

I grillini e Orwell

1f07d6edebdf5bb9fa32bcedc929e938

20 agosto 2019

La Civiltà (?) Cattolica (?)

Devo riconoscere di avercela a morte con i gesuiti: non parliamo poi del capo dei preti, e del suo principale consigliere, direttore della Civiltà Cattolica. Su questa rivista è apparso due anni fa un articolo che l’account Twitter della Civiltà Cattolica ha richiamato l’altroieri, probabilmente perché lo ritiene particolarmente attuale. Chi ha lo stomaco per farlo, può leggere  l’intero pezzo. Io qui depongo un ampio estratto della parte iniziale, dove apprendiamo alcune cose sulla presente dottrina della chiesa cattolica, che, forse involontariamente, danno ragione ai salviniani:

  1. Darwin aveva ragione;
  2. I migranti sono criminali, e Dio non ne vuole sapere: disobbediscono a Dio commettendo il peccato originale, ammazzano il fratello, e vengono esclusi dall’arca di Noè (anche se l’autore sostiene che il genere umano era stipato nell’arca: no, amico mio, solo la famiglia di Noè: gli altri migranti morirono affogati per volere di Dio: muri, non ponti)
  3. La tratta degli schiavi è assimilabile alle migrazioni odierne

A parte le contingenti ragioni tattiche, il rampante teologo  gioca col fuoco. La sua interpretazione del peccato originale si alimenta di metafore e simbologie: “Adamo, «uomo», ed Eva, «vita»” (…) “Questa storia delle origini nella Genesi sembra scandagliare le profondità psichiche della natura irrequieta e agitata del genere umano.”. Sembra non rendersi conto che tutto il cristianesimo, del quale il suo stipendio è parte, è fondato sul peccato originale, altrimenti non ci sarebbe stata ragione perché avvenisse ciò che viene raccontato nel Nuovo Testamento. Non è semplicemente una faccenda per Carl Gustav Jung.

LA BIBBIA: UNA BIBLIOTECA SCRITTA DA MIGRANTI

Dominik Markl

Quaderno 4018

pag. 325 – 332

Anno 2017

Volume IV

18 novembre 2017

Tutti abbiamo avuto modo di vedere quanti migranti vengano recuperati dal mare: uomini, donne e bambini che sono annegati durante il loro viaggio. In molte scuole, poi, vi sono classi con dei rifugiati: bambini e giovani che, grazie a Dio, ce l’hanno fatta. Ma anche moltissime persone nate nei nostri Paesi hanno un passato di migrazione. Motivi sufficienti per riflettere sulla fuga e sulle migrazioni. Uno sguardo alla storia dell’umanità mostra fino a che punto siamo tutti dei migranti. Nella Bibbia possiamo vedere con quanta intensità gli esseri umani pensassero alla fuga e alla migrazione già più di due millenni fa

Gli esseri umani come migranti

Il genere umano, quando giunse in Europa 40.000 anni fa, proveniva dal continente africano, avendo non soltanto avuto lì le sue origini, ma anche compiuto lì il suo processo di evoluzione per 100.000 anni. Gli esseri umani furono costretti ad essere dei viaggiatori, per seguire le mandrie di animali, e dei corridori, per sopravvivere agli altri mammiferi. Erano capaci di inseguire le gazzelle fino allo sfinimento e di dare loro il colpo di grazia con dei sassi. Soltanto quando i deserti del Nord Africa e dell’Arabia cominciarono a fiorire essi attraversarono il rift, la fossa tettonica continentale, verso l’India, poi verso l’Australia, e solo in seguito alla volta dell’Europa. L’Homo sapiens vagabondò ancora più lontano, al termine dell’ultima era glaciale, attraverso la Siberia verso l’America. Ed è in quanto migranti che gli esseri umani scoprirono il mondo.

Nelle civiltà evolute, gli esseri umani si organizzarono in moltitudini, partirono alla conquista di nuove terre e costrinsero i popoli a fuggire o li fecero prigionieri. Già nei tempi antichi molte migliaia di persone furono esiliate con la forza. In tempo di pace, fu la fame che costrinse le popolazioni a spostarsi verso nuove parti della terra. Coloro che cercavano migliori opportunità divennero rifugiati economici, sottraendosi così al rigido inverno europeo. Quelli che noi ora chiamiamo «americani» erano per lo più emigranti e rifugiati economici provenienti dall’Europa. Gli abitanti del Nord trasportarono milioni di persone dall’Africa verso l’America, spingendo nel frattempo gli abitanti originari nei più remoti angoli del continente.

Adattandosi – se costretta, forzata o indotta con lusinghe – alla propria esistenza con le ricerche e con i viaggi, l’umanità raffigura la sua grande mobilità anche nei miti, vagando per il Mediterraneo nell’Odissea, attraverso il mare e il deserto nell’esodo biblico. E anche la Bibbia è una piccola biblioteca da portare nel bagaglio a mano, scritta da e per dei migranti.

Adamo, cacciato dal Paradiso: all’origine dell’umanità

Adamo, «uomo», ed Eva, «vita», devono lasciare la loro prima dimora, il Paradiso, dopo che la tentazione alla disonestà li ha sopraffatti, costringendoli a un codardo gioco a «nascondino» (cfr Gen 3,8), e dopo che la vergogna per la vulnerabilità del loro essere nudi li ha indotti a nascondersi (cfr Gen 2,25; 3,10). Questa storia delle origini nella Genesi sembra scandagliare le profondità psichiche della natura irrequieta e agitata del genere umano. Ha qualcosa a che vedere con la diffidenza, con un’incomprensibile paura che non consente all’uomo di stare in piedi al cospetto di Dio in libertà e verità.

Questo appare evidente non appena la colpa assume forme tangibili e drammatiche. Caino uccide suo fratello Abele, e presto, dopo un breve periodo di insolente, arrogante rimozione – «Non lo so. Sono forse io il custode di mio fratello?» (Gen 4,9) –, viene sopraffatto dalla paura: «Troppo grande è la mia colpa per ottenere perdono. Ecco, tu mi scacci oggi da questo suolo e dovrò nascondermi lontano da te; io sarò ramingo e fuggiasco sulla terra e chiunque mi incontrerà mi ucciderà» (Gen 4,13-14). Così come Dio ha vestito Adamo ed Eva con del pellame (cfr Gen 3,21), allo stesso modo protegge Caino con un segno (Gen 4,15) per rendere la sua vita più sopportabile.

Il resto del libro della Genesi pullula anch’esso di episodi di fuga e di migrazione. Soltanto la famiglia di Noè sopravvisse al diluvio. Stipato nell’arca sul monte Ararat, il genere umano ricomincia tutto daccapo sotto il segno dell’arcobaleno (8,13-9,16). La costruzione della Torre di Babele, con la quale il genere umano desiderava forgiarsi un nome, ha come risultato la divisione per lingua e per territorio (11,1-9). Abramo, il patriarca d’Israele, proviene da Ur, nel sud dell’attuale Iraq, ed emigra con suo padre Terach a Harran, nel nord della Siria (11,31). In seguito è la chiamata da parte di Dio che lo conduce a una nuova terra (12,1). Ma la sua famiglia deve fuggire nuovamente. La carestia costringe lui e più tardi l’intera famiglia di Giacobbe (Israele) verso l’Egitto (12,10; 46,6).

 

21 giugno 2019

Il nuovo maccartismo

Eccellente

Liberalism Isn’t What It Used to Be

The values that made me a supporter of RFK in 1968 put me at odds with today’s progressives.

Robert F. Kennedy during the Democratic primary campaign in 1968. Photo: The LIFE Picture Collection via Getty Images

In the late spring of 1968, when I was 26, I helped organize Robert F. Kennedy’s presidential campaign in the Bronx. I rented a storefront headquarters, recruited a team of volunteers, and held a launch event at the old Concourse Plaza Hotel—all to prepare for the candidate’s expected appearance in New York following his victory in California. That, tragically, wasn’t to be. Instead, I took my turn in the honor guard that surrounded the senator’s casket throughout the night in St. Patrick’s Cathedral, and attended his funeral June 8.

Continua a leggere

16 giugno 2019

Sì, un capolavoro

LA TELEFONATA DI ZEFFIRELLI (dal profilo FB di Filippo Facci)

Nei tanti anni in cui avevo scritto sul Giornale e sul Foglio, un solo personaggio non ero mai riuscito veramente a toccare: Riccardo Muti. Era stra-protetto da tutti i giornali italiani per ragioni diverse, e ai direttori di quotidiano non importava granché inimicarsi l’apparato che si attivava ogni volta che avevo infilato in un articolo leggere critiche o ironie: tipo la Sovrintendenza, Mediaset attraverso Fedele Confalonieri (che lo adorava, lo trasmetteva, dava soldi alla Scala) e vari altri soggetti.

Poi, un giorno, Giuliano Ferrara mi diede il via libera. Non ci potevo credere. Scrissi un poema (avevo fonti formidabili) che avevo tenuto in serbo per anni. Lui lo lesse e mi diede un paio di consigli. Poi fu pubblicato, e boom.

Riccardo Muti lo lesse e telefonò a Confalonieri. Confalonieri telefonò a Ferrara che poi telefonò a me. Mi disse: hai fatto il botto.
Riccardo Muti si era dimesso dal Teatro alla Scala quella mattina stessa, dopo aver letto l’articolo, sentendosi definitivamente tradito in giorni in cui anche gli orchestrali, per la prima volta, l’avevano contestato.
In quei giorni ricevetti le telefonate più impensabili. Una fu di Franco Zeffirelli, che era così entusiasta da invitarmi a trovarlo nella sua villa fiorentina.
Non ci andai mai, ed è uno dei pochi rimorsi che ho nella vita.

(Avviso: benché questo articolo rappresenti uno dei due o tre capolavori professionali della mia vita, è di una lunghezza spropositata e inattuale. La maggior parte di voi, che tutto sommato disprezzo, è meglio che non cominci neanche a leggerlo. Astenersi disinteressati, insomma)

Continua a leggere

15 giugno 2019

Zeffirelli

Nel giorno della morte di Franco Zeffirelli, la RAI ha trasmesso la sua Traviata in versione cinematografica. Meglio avrebbe fatto a mostrarci la Bisbetica Domata, l’unico film, a mio parere, degno di essere ricordato. La Traviata è una delle tante opere con cui Zeffirelli ebbe a che fare. Nella versione cinematografica, si possono forse apprezzare gli arredi, che indubbiamente rendono visivamente l’immagine di un’epoca. Poiché si tratta di un’opera in musica, ciò è troppo poco. La regia/sceneggiatura è senza infamia e senza lode, mentre la parte musicale è -non giriamoci intorno- pessima. A parte i discutibili tagli (infame quello del terzo atto, che toglie il respiro drammatico dell’incontro tra Violetta e Germont) la protagonista non è vocalmente all’altezza, mentre per la direzione di James Levine  non trovo la parola:  grezza? fracassona? bandistica? No, non rendono l’idea: è la musica più vicina al rumore che si possa sentire.

Tanto di cappello, invece, alle invettive anti-Juve e anti-Agnelli con le quali ebbe il coraggio di farsi portare in tribunale in epoca moggiana.

 

14 giugno 2019

Quasi come sui social networks

CCI14062019_0001

(Anni ’40 del secolo XVII)

Adriano Prosperi e Paolo Viola, Storia Moderna e Contemporanea, volume II, Einaudi 2000)