Archive for aprile, 2015

28 aprile 2015

Leggi elettorali

Per mia memoria, metto qui una sintetica storia dei sistemi elettorali dall’unità d’Italia. Non li ho contati, ma ritengo che, fra riforme grosse e piccole, gli interventi non siano stati meno di 20. E’ lecito pensare che tutti, ma proprio tutti, fossero dettati dal desiderio, da parte di chi aveva la maggioranza, di mantenerla.
E’ interessante, fra molte altre cose, notare che la fiducia fu messa anche per la cosiddetta legge truffa, e da un padre della patria come De Gasperi. Altra cosa interessante: solo per un errore di trascrizione la Costituzione consente di sottoporre a referendum i sistemi elettorali, che i costituenti avevano escluso, al pari delle leggi in materia fiscale e dei provvedimenti di clemenza.
Considerato che, di solito, le modifiche alla legge elettorale sembrano portare sfortuna a chi le fa (ultimo esempio: il 2006) io non sento montare in me tutta questa indignazione per l’attuale tentativo, e anzi vorrei che ci cavassimo in fretta il dente.
Strumentalmente, speravo che la sinistra del PD reagisse all’affronto con dignità, levando il disturbo. Pare, invece, che il tutto si esaurisca in un dibattito sull’uso, appunto,  del termine “dignità”, e in una replica del 1953 (astensione dal voto).

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14 aprile 2015

In vecchiaia di Martha Argerich.

Era un po’ di tempo che non la ascoltavo, e francamente temevo il peggio, che poi sarebbe: vederne il declino.

Il declino arriverà, per forza. Ma per ora non c’è, se non in qualche esibizionismo senile di troppo.

La mia posizione logistica era, come sempre, strategica. Galleria 5 dell’Auditorium Grande di Roma, se a qualcuno interessa. Da lì si dominano le mani, o almeno la mano destra. Tutte e due, così bene, è impossibile, anche perché la Martha non è più un fuscello, e copre col corpo. Da lì la si è vista anche prima dell’entrata, a fare ginnastica.

Suonava il Concerto n.1 di Shostakovic, che è anche per tromba, ma non lo si è notato troppo. La padronanza delle dita è ancora prodigiosa, e i movimenti delle mani sono rapinosi. Suona col polso diritto, come se avesse delle scopette, che ruotano vertiginosamente in senso orizzontale, cavando dalla tastiera suoni aspri e bellissimi, senza un filo di pedale. Io non so se tutte le note sono giuste, e mi pare anzi di capire che no, alcune giuste non sono. Ma, ovviamente, non potrebbe importarcene di meno. L’ istrionismo è riservato al contorno, non all’esecuzione. Per esempio, si alza di scatto dopo aver finito, oppure scambia una gag con il direttore. Roba un po’ senile, ma perdonabile. O qualcuno si è dimenticato i tic di Benedetti Michelangeli, o di Richter?

E’ ancora la migliore. A lei accomunato da un brutto raffreddore del fieno, il Maestro Temirkanov ha confermato di essere un direttore di rango. Non solo come accompagnatore, ma anche e soprattutto in una nitida Sinfonia Sorpresa di Haydn. Il programma era concluso dagli spugnosi impasti della Ottava Sinfonia di Dvorak, che Temirkanov e la sempre lodevole orchestra di Santa Cecilia conducevano onestamente in porto.

A quanto ho capito, il concerto sarà su RAI5 nei prossimi giorni, per chi volesse verificare di persona.

13 aprile 2015

Wikigraffiti

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Wikipedia è utilizzata da tutti, anche se non tutti sono così sinceri da citarla come fonte. La modalità di aggregazione dei contenuti è, sociologicamente parlando, una specie di miracolo della nuova e mai vista ansia di condivisione dell’era di internet. E’ possibile, anzi probabile, che Wikipedia sia una meteora, e che fra vent’anni non ci sia più. Come si nasce e vive di condivisione, di condivisione si può morire. La cultura, nei millenni, è stata costruita dal basso, e distribuita dall’alto. Uno studioso imparava dai suoi insegnanti, partendo dalle basi elementari. Ci volevano decenni di duro lavoro per arrivare al punto in cui si dava più di quello che si prendeva: e tutti concordavano –qualcuno con una punta di ipocrisia- sul famoso adagio: “non si finisce mai di imparare”, unito, in mezzo a chissà quanti aforismi consimili, al suo stretto parente: “più imparo e più mi scopro ignorante”.
Il guaio di Wikipedia, che la porterà alla morte, è che tutti nascono “imparati”, e c’è carenza di controllo. I controlli più semplici esistono, ma sono scolasticamente (ironia della sorte) basati sul controllo delle fonti. Ciò che è difficile controllare è l’interesse personale che muove i contributori. Certo, ci sono casi eclatanti, nei quali la faziosità emerge immediata. La voce che riguarda un politico contemporaneo è un campo di battaglia nel quale si misurano amici e nemici, controllati e cassati dall’editor, anche più volte al giorno. Ma, man mano che ci allontaniamo dall’attualità bruciante, i controlli necessariamente si allentano, e, quando ci sono, diventano formali. Si corregge una data sbagliata, si mettono le paroline magiche “senza fonte”, ossia le mani avanti. Rimane il problema: come si fa a saperne di più del contributore, in tutti i campi dello scibile? E in tutte le lingue?
Prendiamo la voce “Ruzante”. Per i pochi che non lo sapessero, è un autore di teatro del secolo XVI, che scriveva in un dialetto padovano. La sua fortuna è rapidamente declinata dopo la morte, per poi avere un impulso nel secolo XX. Nel ricevere il Nobel per la letteratura, Dario Fo lo citò come suo maestro, insieme a Molière. Che lo definisse un suo conterraneo appare in contraddizione con l’ambito linguistico del Ruzante: ma forse intendeva dire “italiano”, visto che ne parlava a Stoccolma, e si sa che la prospettiva schiaccia le distanze. Poco importante, comunque, a petto dell’altra dichiarazione di vicinanza: infatti, Ruzante sarebbe stato, con Molière e verosimilmente con Fo, uno “disprezzato, soprattutto perché portava in scena il quotidiano, la gioia e la disperazione della gente comune, l’ipocrisia e la spocchia dei potenti, la costante ingiustizia”.
E’ noto che Dario Fo ha spesso avvicinato le disuguaglianze e ingiustizie sociali dei secoli passati alla lotta di classe di matrice marxista. Con quanta proprietà e rigore storico, non si sa. La questione non è però questa. La questione è come un travaso improprio di non-cultura, ossia di conclusioni che arrivano prima e prive delle motivazioni scientifiche, sia il pane quotidiano della cultura della “condivisione”.
Vediamo dunque la voce “Ruzante in Wikipedia. Nel paragrafo “Critica”, l’anonimo estensore si pone il problema delle declinanti fortune critiche di Ruzante dopo la morte. Ecco la spiegazione:

Gli studiosi hanno individuato, proprio intorno al 1530, un certo cambio di atteggiamento nel Beolco: il mondo dei poveri, degli sfruttati, dei contadini, è presentato con l’amarezza di chi conosce la vita squallida e segnata dalle ingiustizie delle classi subalterne.

Le alterne fortune critiche di Ruzzante si legano a due fattori. Il primo è costituito dalla difficoltà linguistica. Infatti il pavano del suo parlato è di fatto scomparso da più di due secoli e risulta inintelligibile [senza fonte] anche ai suoi conterranei. (seguono alcuni esempi di traduzioni)

Il secondo fattore ha profonde radici storiche. Il definitivo avvento della borghesia ingenerò quella che è la malattia ineliminabile della cultura veneta, e anche italiana: il disimpegno. Tre anni dopo la morte di Beolco fu stipulato il primo contratto della Commedia. Si trattava di un patto tra attori, e la Commedia dell’arte fu essenzialmente questo: un accordo tra professionisti in ottica del divertimento puro. Affermatasi a discapito delle classi subalterne, la borghesia non amava l’inquietante verismo ruzzantiano; i contadini, dopo quella fugace apparizione alla ribalta della scena, dovevano cadere nell’oblio. Per questo, dal seicento in poi, l’opera del Beolco finisce nel dimenticatoio, per riaffacciarsi solo agli inizi del XX secolo agli onori della scena. Le sue opere sono tornate ad essere rappresentate nella Loggia Cornaro, scena rinascimentale per eccellenza.
Il giullare italiano Dario Fo… (segue citazione del discorso di Stoccolma)

Lo zelante estensore è totalmente ignorante della storia (oltre che, probabilmente, del Ruzante). “Il definitivo avvento della borghesia” è espressione di per sé rozza e impropria. Ma, attribuendovi il significato di “ascesa al potere della classe borghese nella società”, occorrerebbe spiegare all’anonimo estensore che ciò avvenne tre secoli dopo la morte del Ruzante. Non parliamo dell’impegno e disimpegno degli intellettuali, che è roba di quattro secoli dopo.
Allora: lui è ignorante e zelante, d’accordo. Ma l’editor di Wikipedia non ha neppure un “senza fonte” da metterci? Il bello è che se lo spende per la parola “inintelligibile”.
Quando Wikipedia sarà completamente inondata da questi graffitari del sapere, morirà affogata.