Archive for luglio, 2017

23 luglio 2017

Questione di culture

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L’interpretazione musicale è argomento poco scientifico. Anche le migliori recensioni di un concerto vanno sull’opinabile, sull’immaginifico, sull’apodittico. Come avviene quando non ci sia un punto di appoggio sicuro, rimane come risorsa il confronto fra interpreti.

Ieri  ho assistito, nella Festspielhaus di Baden-Baden, a un concerto lunghissimo. L’interprete più atteso era il pianista coreano Seong-Jin Cho, che con l’Orchestra Mariinsky, diretta da  Valery Gergiev, ha dato agli spettatori ambedue i concerti di Chopin, oltre a un bis piuttosto noto, ossia la Polacca op.53. Serve aggiungere che il  ventitreenne coreano è vincitore del Concorso Chopin di Varsavia del 2015, tenzone per la quale sono passati, non sempre vincitori, molti dei maggiori interpreti chopiniani, fra cui possiamo citare, fra i viventi,  Vladimir Ashkenazy,  Maurizio Pollini, Martha Argerich, Ivo Pogorelich, oltre a una selva di pianisti orientali, che da una quarantina d’anni occupano le prime posizioni nel concorso, per poi essere regolarmente dimenticati nel giro di pochi mesi.

Non so se Seong-Jin Cho subirà la stessa sorte. Impegnato in due fondamentali capolavori della letteratura pianistica, bisogna dire che non ha sbagliato nulla. Inoltre, rispetto al più noto dei suoi concorrenti orientali, ossia il famigerato Lang Lang, meglio ha fatto, distinguendosi per superiori chiarezza espositiva e uso della dinamica, specie per quanto riguarda una mano sinistra davvero bene impostata (a mio parere, la mano destra era limitata nella resa da una imperfetta accordatura dello Steinway sulle note più alte).

Detto tutto il bene che si può dire dal punto di vista tecnico, rimane il solito male da dire sulle qualità interpretative. Studiati che ebbimo Lang Lang, Yuia Wang e il simpatico Seong-Jin Cho, ci tocca tornare al punto di partenza, e avallare i pregiudizi: è un fatto culturale. Gli autori occidentali sfuggono alla comprensione profonda di questi ragazzotti dalle agili dita. E, per tornare alla premessa, non un brivido, non una piacevole sensazione  mi furono comunicati ieri sera. Non è una valutazione scientifica, ma per me vale.

Dicevo all’inizio che è stato un concerto lunghissimo: così dicono fossero quelli fino all’anteguerra. E’ probabile che abbia influito la voglia di Gergiev di andare oltre Chopin. Della parte orchestrale dei due concerti di Chopin c’è molto poco da dire: frutto di imperizia compositiva. Credo che sia una sofferenza per direttore e orchestrali. Ragion per cui, è stata una questione di riscatto posporvi la Settima di Bruckner, che l’Orchestra Mariinsky e il suo direttore hanno reso alla grande. Gergiev dirige senza podio e con una mini bacchetta. Il suo gesto, sempre sobrio, negli anni è diventato meno brusco, e così deve dirsi della resa sonora, più levigata di un tempo, ma ugualmente brillante. L’orchestra, ieri non ricca di elementi, si conferma fra le migliori in assoluto.

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3 luglio 2017

Il nuovo ordine economico di Hitler in Europa

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Paul Einzig (1897–1973) è stato un economista/scrittore/giornalista di origini romene, ma naturalizzato inglese. Oggi è ingiustamente dimenticato.

Nel suo “The case against joining the common market“(1971), espone le ragioni per le quali la Gran Bretagna non avrebbe dovuto entrare nell’Unione Europea.

Subito, all’inizio del primo capitolo, espone una verità storica cui pochi facevano e fanno riferimento: il primo piano di mercato comune europeo (e, senza dubbio, di Europa Unita) trova la sua concretizzazione nell’esperienza di integrazione avvenuta fra il 1940 e il 1944, ad opera dei nazisti. Esisteva “uno schema”, elaborato da Walter Funk, ministro dell’economia del Reich, che si occupava soprattutto di agricoltura, ma anche del resto. Lo “schema” riceveva, già nel 1940, autorevole endorsement scientifico da uno studioso che operava in un paese nemico, come citato da Einzig:

“The Nazi scheme must be rejected, not on the ground that it is unworkable, nor that it is fundamentally unsound economically – parts of it may well come to be adopted later in a modified form – but because it is based on a one sided German hegemony over the whole continent of Europe, which would be unendurable; the price to be paid for such merits as it possesses would be far too high and, moreover, there are grave economic defects which have to be set against these merits.”

C. W. Guillebaud in the December 1940 Economic journal under the title of “Hitler’s New Economic Order in Europe’.

Lo schema nazista deve essere respinto, non perché impossibile a realizzarsi, né perché economicamente infondato -parti di esso potrebbero essere successivamente adottate in forma modificata- ma perché basato su una egemonia unilaterale della Germania sul continente europeo, che sarebbe insopportabile; il prezzo da pagare per i suoi indubbi benefici sarebbe troppo alto e, inoltre, ci sono gravi difetti economici che contrastano quei benefici“.

Per Guillebaud, dunque, il piano nazista di integrazione economica europea era sostanzialmente buono (salvo alcune opportune modifiche: e quando mai un economista dà completamente ragione a un altro?), ma era intollerabile che prefigurasse un’egemonia tedesca.

Non so perché, ma questo brano mi mette a disagio.