6 maggio 2017

Lucio Fontana

dav

E’ il bozzetto, alto oltre due metri, di un altorilievo raffigurante l’Assunzione, preparato negli anni ’50 per il Duomo di Milano, e mai eseguito in marmo.  Più o meno coevo dei bozzetti per il portale dedicato alla storia del Duomo, poi realizzato da Minguzzi in stile pseudowiligelmiano.

28 aprile 2017

Yuja dal vivo

Yuja Wang non ha deluso. Si è presentata con il vestito fucsia munito di spacco, e ha suonato il Primo di Tchaikovsky in modo egregio. Non posso dire che questo concerto sia uno dei miei preferiti, ma ritengo di conoscerlo abbastanza. La ragazza lo ha interpretato con tecnica buona e con espressività. Poiché, a tratti, è musica fracassona, sarebbe indispensabile che nei ripieni dell’orchestra il pianoforte si facesse valere un po’ di più, e questo con la Wang non succede. Complessivamente, mi resta una qualche insoddisfazione, che potrei così sintetizzare: poche emozioni. Ma è difficile separare la responsabilità dell’esecutrice e quella del compositore. Propenderei più per la seconda.

Il successo è stato enorme, ed è cominciato al botteghino: raro vedere la Sala Santa Cecilia quasi piena. Dopo l’esecuzione (e, purtroppo, anche durante) pubblico in delirio. Wang non ha concesso bis, cosa che in Italia è affronto grave. Chissà se nelle repliche sarà meglio consigliata.

Al contorno, c’era il Maestro Pappano con un programma dedicato a Roma. E’ una specie di tassa da pagare alla romanità dell’Accademia di S.Cecilia, tassa che questa volta era divisa in tre rate. La prima rata, in apertura di concerto, è consistita in un discorsetto di Pappano, che ha voluto presentare la prima esecuzione assoluta di un Caprice Romain del sig. Dubugnon, che costituiva la seconda rata.  Perché Pappano ha la passione del microfono? Non ha niente di interessante da dire, e non possiede una lingua per dirlo. La sua presentazione degli strumenti dell’orchestra può andare bene per i bambini della prima o seconda elementare. Gli elogi preventivi all’opera in prima esecuzione sono stucchevoli, come pure gli abbracci al compositore a esecuzione terminata. Il Caprice Romain è una specie di tarda imitazione dei poemi sinfonici di Respighi, che infatti erano la terza rata. Mentre per Caprice Romain si può spendere un solo aggettivo, “inutile”, le Fontane e i Pini di Roma, eseguiti nella seconda parte del programma, hanno testimoniato, se ce ne fosse bisogno, la grande qualità dell’Orchestra di Santa Cecilia, e anche del direttore.

13 aprile 2017

Sinistrese d’antan, con leccata di culo

GAM sta per Galleria di Arte Moderna, e sta a Torino, alloggiata in un edificio di inizio anni ’50 che fu avvenieristico, della cui costruzione c’è traccia puntuale in una teca: gara di appalto, valutazioni della commissione giudicatrice, lettere di incarico eccetera. Per dire che è un posto dove tendono a guardarsi allo specchio, e a dire “come siamo fighi”. Questo atteggiamento da intellò un po’ retrò si rinviene chiaramente nella disposizione della collezione permanente, che è tematica. I temi (chiamati collezioni) sono cose come “infinito”, “ombre”, “velocità”, “etica”, “natura”. Colpisce, e credo si possa rilevare anche dalle foto presenti nel sito del museo, la cervellotica attribuzione delle opere alle collezioni tematiche. Il sospetto è che tutte le opere possedute dovessero per forza rientrare in una tematica o nell’altra. Soccorre il disorientato visitatore una spiegazione, stampata sul muro della prima sala dedicata  a ciascuna collezione tematica. Il linguaggio è autentico sinistrese, ossia funzionale a un messaggio introflesso, ossia, per intenderci meglio: io critico d’arte sono io, e tu visitatore non sei un cazzo, per forza non mi capisci. Che è roba ormai un po’ d’epoca: diciamo che è andata scemando negli ultimi vent’anni. Naturalmente, la prosa è tradotta in inglese, e naturalmente il traduttore non è madre lingua, perché i raccomandati sono locali. D’altra parte, un madre lingua si sarebbe trovato a disagio con un linguaggio per lui incomprensibile come il sinistrese.

Bene. Posseggo la foto di uno di questi brani stampati sui muri. Ma è l’unico anomalo. No, anomalo no, ma diverso dagli altri. Insomma, è stampato con un inchiostro impastato con la saliva. Si riferisce alla collezione tematica “La Velocità”, ed eccolo qua:

dav

Molte domande vengono spontanee. La maggior parte ha a che fare con concetti come piaggeria, servilismo, ruffianeria, sinistra che lecca la mano del padrone, eccetera. Inutile formularle. Ma una, una sola, mi viene irresistibile: se John Elkann è nato e cresciuto in paesi anglosassoni, che motivo c’era per tradurlo in inglese alla cazzo di cane?

(O cazzo di kann?)

12 aprile 2017

Yuja

Sul blog Topgonzo si è sviluppata una discussione, peraltro non nuova, sulla pianista cinese Yuja Wang, e sull’importanza delle gambe esibite al pubblico.

Come ho detto in quella sede, secondo me Yuja è un’ottima pianista, di buona tecnica (non sbaglia una nota) anche se cede qualcosa in virtuosismo a Lang Lang, che ha, molto semplicemente, mani più lunghe. Di converso, come interprete batte Lang Lang di molte lunghezze.

I critici musicali raramente riescono a astrarre, nel loro giudizio, dalle cosce di Yuja. Valga per tutti questo ben povero esempio del genere. Non si accorgono che sono i primi a spostare il giudizio dalla musica all’epidermide, emettendo quindi, è ovvio, giudizi epidermici. D’altro canto, quando Mario Leone afferma che “molte volte, in concerto, è più emozionante guardare le sue gambe che ascoltare le sue dita” dovrebbe specificare a quanti concerti della Wang ha presenziato di persona, visto che in Italia lei viene di rado (ma sarà a S.Cecilia a fine aprile) e al buon Leone chi glieli paga i concerti a New York o anche solo in Svizzera?

Io, che ancora per due settimane posso dire di averla solo sentita su Youtube, esprimo un parere provvisorio, ma ben definito: è un’eccellente pianista del repertorio ottocentesco, con un tocco sensibile e di nobile sobrietà. E’ una gran bella interprete, come mi risulta da un ascolto ripetuto della Sonata op. 106 di Beethoven, che io amo molto, e conosco abbastanza bene da distinguere il grano dal loglio. Eccola, registrata nel 2016 a Verbier:

Il 27 di questo mese la ascolterò dal vivo nel Concerto di Tchaikovsky, e magari metto qui altre impressioni.

Anche sulle cosce.

25 marzo 2017

Una colomba bianca è planata su Milano

avvoltoio-delle-palme

7 febbraio 2017

Appello

Dare torto al sig.Galli della Loggia è atto di elementare netiquette, ossia basilare educazione, come usare la forchetta e non le dita per la pasta al pomodoro, togliersi le scarpe entrando in moschea, o lasciare il posto a sedere a una donna incinta.

Non saremo perciò così scemi da esporci al pubblico ludibrio elogiando EGDL per questo articolo. Mancandoci però gli argomenti contrari, lanciamo un appello al vasto web perché ci vengano forniti.

 

6 febbraio 2017

Senso di superiorità

Passo 51 settimane l’anno a criticare quelli che si sentono moralmente e intellettualmente superiori al popolo bue. Poi arriva il festival di Sanremo, e quel senso di superiorità pervade anche me.

27 gennaio 2017

Probabilmente…

…il miglior pianista in circolazione oggi.

Si tratta, è chiaro, di opinioni personali, che nel mio caso sono esaltate dalla coincidenza di vedute sull’uso del pedale di risonanza, ossia che se ne debba fare un uso assai parco.  In tal senso, avevo nel passato proposto che si amputassero i piedi a Lang Lang, e, in subordine, che gli si amputasse almeno il destro.

1 gennaio 2017

Gustavo Dudamel al Concerto di Capodanno

Spesso metto qui note sul concerto di capodanno (*). Come ho detto più volte, si tratta di un’occasione interessante per un confronto a distanza fra i maggiori direttori, e per un aggiornamento sullo stato di salute della direzione d’orchestra nel mondo. Non deve fuorviare l’apparente facilità dei brani: si tratta di banchi di prova validi, e la stessa scelta del programma dice molto sul direttore.

Ho anche scritto, negli anni scorsi, di una palpabile decadenza. Dalla direzione di Carlos Kleiber nel 1992 abbiamo vissuto un quarto di secolo di opacità. Fino a oggi. La performance odierna di Gustavo Dudamel è stata, a mio parere, eccellente.

Delle cose che mi sono appuntato mentre ascoltavo e vedevo, direi che quello che risalta è il bel gesto direttoriale, sobrio e incisivo. A momenti ho rivisto il gesto dell’ultimo Karajan, il quale (anche per limiti fisici) spesso non si muoveva quasi, semplicemente vigilando che l’orchestra eseguisse ciò che aveva appreso nelle prove. A questo gesto sobrio, in Dudamel, corrisponde una grande vitalità interpretativa, a volte persino brusca se rapportata al tipo di musica rinvenibile in un concerto di capodanno. Spinta fino  alla drammatizzazione, ma in un controllo totale. E bisognerebbe essere davvero poco scaltri per pensare che una grande orchestra come i Wiener si diriga da sola.

Il dinamismo interpretativo di Dudamel giunge al limite dell’eccesso nell’episodizzazione dei brani, con un uso impressionante di rallentando e accelerando, nonché di crescendo controllati (specialità dei direttori romantici per aggiungere peso e tensione emotiva: penso a De Sabata, Furtwaengler, Mitropoulos). Il limite non è mai superato, tanto che alla fine di ogni brano si ricava la sensazione di un superiore equilibrio complessivo. Magistrale, in questo senso, la resa dei due pezzi “laici” (ossia non straussiani) di Suppé e Nicolai, giustamente salutati da un’ovazione del pubblico. Pubblico forse selezionato in base al reddito, ma certo migliore di quelli italiani, tutti.

Lo so: non occorreva aspettare il concerto odierno per scoprire Dudamel, e tutti sanno che la scoperta è di Claudio Abbado, guarda caso l’ultimo dei grandi che ci hanno lasciato. Piace anche verificare la bontà del vecchio detto milanese ofelè, fa el to mestè. Abbado era bravo a scoprire talenti, meno bravo quando, accanto a un giovane direttore d’orchestra venezuelano, magnificava anche un tristo governante dello stesso paese.

(*) Tante ormai, visto che ricorre in questi giorni il decennale del blog.

26 dicembre 2016

trump-mass

…But by now, the early twenty-first century, the vast majority of people who thought of themselves as intellectuals were atheists. Believers were regarded as something slightly worse than hapless fools. And the lowest breed of believers was the evangelical white Believer” (Tom Wolfe, The Kingdom of Speech)