Pensiamoci un po’

Quando si solleva il tema della crisi della democrazia in Occidente, con fastidiosa frequenza l’eventuale interlocutore ostile, quanto più si approssima alla fine dei propri argomenti, tanto più è incline a sbottare con un “Ma allora perché non te ne vai in… (segue nome di una qualche proverbiale ‘dittatura’; Russia, Cina, Iran, ecc.).

Questo è uno di quei casi in cui la stupidità della replica è talmente robusta che c’è il serio rischio ci lasci tramortiti.

Affinché il tramortimento non sia preso per efficacia dell’argomentazione, è utile replicare con calma per iscritto.

1) Innanzitutto, e a futura memoria: tutti gli stati che proverbialmente vengono definiti dal mainstream come dittature – in quanto estranei al blocco dei protettorati americani in occidente – sono formalmente democrazie non meno di quanto lo siano la Francia o gli USA o l’Italia: ci sono governi eletti dal popolo in Iran non meno che in Russia o in Cina.
Poi certo, a questo carattere formalmente democratico non fa riscontro una realtà DAVVERO democratica, e ciò accade per vari motivi, e specificamente: a) per lo strapotere di alcune oligarchie politiche o economiche o teocratiche; b) per i severi limiti di cui soffre la libertà di stampa; c) per il condizionamento politico della magistratura.
Solo che a questo punto, chiunque ritenga di condannare quegli stati come autoritari (e personalmente io li considero tali) dovrebbe avviare qualche seria riflessione sull’eventualità che oligarchie, stampa e magistratura non siano ESATTAMENTE ALTRETTANTO COMPROMESSE nei maggiori stati occidentali di quanto lo siano nelle proverbiali ‘dittature’. (Quanto all’Italia solo un cieco potrebbe nutrire dubbi).

2) L’argomento “se non ti piace qui te ne puoi sempre andare” è una classica applicazione della logica liberale di mercato alla politica. L’idea dei liberali è che i paesi sono come compagnie aeree: se non ti piace il catering o il servizio bagagli cambia compagnia. Così come l’elettrodomestico guasto non si ripara, si butta, così vale anche per la patria inadempiente.
Questo è uno di quei punti su cui purtroppo gli argomenti arrivano ad un termine. Per chi vive le proprie relazioni con il mondo come se esso fosse un servizio a noleggio, la forma di vita di chi ha con il proprio mondo delle relazioni di appartenenza non può che risultare incomprensibile. Qui si è posti di fronte ad una differenza antropologica e chi si pensa come un turista del mondo è per chi desidera coltivare e migliorare il proprio mondo sempre semplicemente una minaccia e un pericolo.

3) Il terzo e ultimo argomento è forse quello decisivo. Premesso che governi autoritari sono frequenti e ubiqui tanto nei confini dell’impero americano che al di fuori di esso, c’è tuttavia un punto di discrimine che va ben compreso. Spesso chi difende il modello liberaldemocratico, anche quando manifesta tratti pesantemente autoritari, lo fa immaginando che comunque nelle liberaldemocrazie si è molto distanti dal modello personalistico tipico delle dittature, dove l’esercizio della forza autoritaria si incarna spesso in figure specifiche, in personalità. Non ci sono un Putin o uno Xi Jinping o un Fidel Castro in Europa o in America. In occidente il potere sembra liquido, impersonale e perciò sembra meno oppressivo.
E questo è un errore profondo, un errore che deriva da un atavismo psicologico, ma che inverte il senso degli eventi.
L’atavismo psicologico qui è l’identificazione dell’esercizio del potere subordinante nella forma di una personalità autoritaria (il “padre padrone”), verso cui si possono concentrare l’odio e il timore. Quando, come avviene in occidente, il potere non presenta questo aspetto, psicologicamente in molti hanno l’impressione di una ridotta oppressione. Dopo tutto un Draghi o un Biden non hanno certo un potere personale comparabile ad un Putin.
E questo è vero, e a comprenderlo bene, è un elemento latore di profonda angoscia.
Noi infatti possiamo immaginare che ad un autocrate “cattivo” subentrerà un autocrate “buono”, ad uno guerrafondaio uno pacifista, ad uno rozzo uno colto, ecc., ma nel nostro sistema sappiamo che il sistema oppressivo è immensamente resiliente, flessibile, e perciò stabile come solo i muri di gomma sanno essere.

La Russia dipende dalla salute e dalla lucidità di Putin, gli USA non dipendono da quella di Biden, né noi da quella di Draghi. Qui nessuno è indispensabile, anzi nessuno è importante, perché il sistema procede con un pilota automatico che nessuno domina, e che può perseverare nell’errore, qualunque errore, all’infinito.

Il carattere anonimo delle oligarchie tecnocratico-finanziarie le rende immensamente più pericolose di qualunque autocrazia classica (O’Brian non è malvagio quando porta Winston alla stanza 101: O’Brian è semplicemente fungente, ed è sostituibile da qualunque funzionario del Ministero dell’Amore).

Un tempo la promessa del sistema era che buone istituzioni sarebbero state capaci di riprodurre la virtù senza bisogno di personalismi.

La realtà odierna del sistema è che cattive istituzioni (il blocco tecnocratico e finanziario a guida americana) è in grado di riprodurre il male ed il vizio senza che il venir meno di questo o quel volto faccia la benché minima differenza.

(Andrea Zhok)

27 commenti to “Pensiamoci un po’”

  1. Tutto il mondo è paese. La democrazia non esiste in Oriente come in Occidente. Vivere in Francia o in Iran non fa differenza, anzi l’oligarchia occidentale è “immensamente più pericolosa”. Se Francesco Giorgino viene cacciato dal TG1 RAI e Anna Politkovskaja viene assassinata in ascensore la differenza sta solo nel nostro atavismo psicologico.
    Riaffiorano evidentemente, dopo generazioni immuni, i tratti ancestrali della plebe, affetta da pregiudizi e
    incapace di un giudizio politico razionale. D’altra parte se la gente non sa di cosa parla, il concetto di opinione perde di significato. Meno male che esiste ancora qualche maître à penser che, in nome di un sapere superiore, spiega come evitare di misurarsi con la cultura di massa.

  2. Anche se non condivido tutte le opinioni di Zhok, bisogna dire che lui è uno dei rarissimi intellettuali italiani che non si siano ancora trasformati in giullari del potere o non abbiano ancora mandato il cervello all’ammasso. Questo articolo potrebbe essere adottato come manifesto contro le nuove dilaganti forme di depredazione generalizzata della democrazia, quella vera, e di libertà di espressione in occidente.
    Dopo aver letto per la prima volta, da ragazzo, “1984”, la prima cosa che mi venne in mente fu che il libro andava ben oltre l’ammonire circa i pericoli imminenti del comunismo, interpretazione piccina ed idiota che tutti ripetevano in quegli anni (a parte Pasolini, naturalmente, che gli occhi ce li aveva e se ne avvaleva bene), come viene ripetuta ancora oggi (senza eccezioni stavolta), con quel piglio furbetto che hanno gli imbecilli che pensano di essere originali e credono di aver capito tutto, quando invece si limitano solo a seguire l’andazzo senza rendersi conto di farlo. E pensai questo nonostante io non abbia mai avuto, prima come dopo quella lettura, simpatie per il comunismo. Orwell era stato sì comunista, ma era innanzitutto un inglese e certe allergie acute per il pensiero unico le aveva maturate in occidente libero, mica nei gulag, come Solgenitsin, Sinjavskij, Daniel, Orlov, ecc.. No, le sue insofferenze riguardavano solo per corollario quel che accadeva nelle dittature del proletariato. Lui aveva di fronte soprattutto i sui concittadini:
    “Si chiese chi fosse la gente che abitava in quelle case. Dovevano essere, per esempio, piccoli impiegati, commessi di negozio, viaggiatori di commercio, galoppini di assicuratori, tranvieri. Sapevano di essere soltanto marionette che ballavano solo quando il denaro tirava i fili? C’era da scommettere la testa che non lo sapevano. E quand’anche lo avessero saputo, non gliene sarebbe importato nulla. Erano troppo occupati a nascere, a sposarsi, far figli, lavorare, morire. Poteva non essere poi una cosa malvagia, riuscendovi, sentirsi uno di loro, uno della folla di falliti. La nostra civiltà è fondata sull’avidità e la paura, ma nelle vite della genterella comune avidità e paura sono misteriosamente tramutate in qualcosa di più nobile. Quei piccoli borghesi là, dietro le loro tendine ricamate, coi loro figli, i loro mobili dozzinali e le loro aspidistre, essi vivevano secondo il codice del denaro, senza dubbio, e riuscivano ciò nonostante a conservare la loro dignità. Avevano le loro norme, i loro inviolabili punti d’onore. Si “mantenevano rispettabili”: facevano garrire le loro aspidistre, come bandiere.”.
    Ecco, forse “Fiorirà l’aspidistra”, pubblicato nel ’36, cioè 13 anni prima, per quando forse più noioso di “1984”, per molti versi ci rivela meglio quel che lo inquietava e oggi dovrebbe ancor più inquietare tutti noi.

    • Bravo Topo. Buona citazione.

      • 7 +?
        Ma la citazione non era esattamente mia. Nel senso che era stato Zhok ad iniziare citando – molto a proposito – Orwell. In ogni caso il mio post non era lo svolgimento di un tema in classe che s’aspettasse un giudizio o un voto. Semmai obiezioni o arricchimenti o quant’altro ti fosse parso di dover replicare. Insomma, voglio dire che qua e là, nel mare magnum degli abissali disaccordi, delle fiere riprovazioni e delle incolmabili differenze che ci divide, ammetto che un qualche apprezzamento positivo nei tuoi confronti col tempo ho avuto modo di maturarlo. Ma non certo al punto di considerarti in diritto di mettere voti a quel che ti scrivo.
        Bada bene che non sono seccato. Tutt’altro. Ti sto solo richiamando al tuo ruolo.

      • Ma vedi, Topo, io esprimevo apprezzamento soprattutto per la fonte, perché quel romanzo do Orwell non l’ha letto quasi nessuno.

        • Io l’ho letto, anche se dopo tanti decenni non ricordavo chi fosse l’autore, che all’epoca mi era sconosciuto.
          PS: prima propone il voto, poi si lamenta che che gli dai i voti… Incorreggibile perfino quando scrive cose condivisibili.

        • Negli anni ’60/70 c’era un club del libro (Club degli Editori) che veicolava certi titoli sul mercato. Nella maggior parte dei casi, si trattava di libri non famosi di autori celebri, specie angloamericani. Data la grande diffusione, capitava che quegli autori venissero letti a partire da opere più recenti ma minori. Fiorirà l’aspidistra è uno di questi. Anch’io l’ho letto prima della Fattoria degli animali e 1984.

        • Pensandoci è probabile che l’abbia letto proprio da lì: la moglie del nostro padrone di casa li prendeva e io, dato che a casa nostra non c’erano soldi per i libri, mi rifornivo da lei, e molti li prendevo da quella collezione.

        • Come sempre M.me non ha compreso nulla. Lamentarmi? Lamentarmi di cosa? Ma quando mai? Mi sono semmai schermito per non essere io il citatore in questione, che invece era Zhok. Rilegga, piuttosto, anche se non so quanto possa davvero giovare al suo comprendonio. Comunque questa cosa che M.me avrebbe letto Orwell (“Fiorirà l’aspidistra”) a sua insaputa mi mi procura non poco buonumore, il che mi induce a dedicarle un cordialissimo saluto, senza se e senza ma.
          PS. Già che ci sono: mi saluti sempre calorosamente Donna Carmilla Angiolillo e suo marito Renato Massimo Dracula, che, stando a quel ebbe modo di raccontarci, ancora si aggirano dalle sue parti e ancora allietano le sue notti.

        • La moglie del padrone di casa di M.me era anche abbonata al Reader’s Digest, fonte a cui M.me s’abbeverava e da cui acquisì magna pars delle sue – per così dire – conoscenze letterarie anglosassoni. E si sa, non è che una lettrice di primo livello come M.me stava lì a ricordare il nome dell’autore di questo o quel capolavoro che aveva trangugiato famelicamente.

        • Polemica acida e ottusa, Topo.

        • Solo che non sono io ad averla avviata. Vero, però, è una polemica acida e ottusa, come la persona che l’ha messa su, che a me, del resto, riserva solo e sempre commenti acidi e ottusi. Non so tu, sono affari tuoi, ma se a me ci si rivolge con tono acido e ottuso, tendo a replicare, e non certo con il miele. Figurarsi quando qualcuno si rivolge a me in terza persona e si dimostra acida e ottusa ogni volta che scrive qualcosa. Son fatto così, ma non credo di essere più strano di tanto solo per questo. Oltretutto sono anni che chiedo a M.me semplicemente di ignorarmi. Invece no, invece … Chissà, comincio a pensare che abbia un debole per il sottoscritto. Ma fa il favore, invece di intervenire sempre in suo favore (che oltretutto è opera davvero improba) prova tu a farle capire che non è cosa. Forse a te darà retta, chissà.

  3. Ma un sistema oppressivo è peggio, molto peggio di un personaggio autoritario e ben visibile, non a caso La Stampa di Giannini proponeva come soluzione il tirannicidio. Ma Giannini dimentica la stessa obiezione di Putin (10.10.2006): la mafia è nata in Italia. E l’organizzazione mafiosa (non l’unico tipo di organizzazione in Occidente) è un sistema di potere che continua a vivere anche dopo la decapitazione, dopo la ghigliottina. Direi che è persino peggio della monarchia.

    E’ altrettanto interessante la critica a George Orwell da parte di Italo Calvino, che invito a cercare e leggere, spero sia in giro in rete, l’ho scovato nei meridiani mondadori.

    MB

  4. Per Fourier
    3. Commiato. L’utopia pulviscolare

    «Almanacco Bompiani 1974», Milano, dicembre 1973.

    (Sembra scritto oggi, fa venire i brividi nel riguardare l’anno di pubblicazione, riporto solo l’incipit)

    Quando in un paese un tentativo di mettere in pratica un’idea di società meno mostruosa delle altre è schiacciato manu militari, capita sempre di leggere la frase: «fine d’un utopia». Invece, questo carattere di rischio, di scommessa, d’appeso-a-un-filo, di trovarsi ogni giorno alle prese con un problema inaspettato, tutto ciò che fa il pathos delle rivoluzioni vissute giorno per giorno, è estraneo alle utopie – quelle scritte – le quali si dànno come meccanismo funzionale in ogni sua rotella, autosufficiente autoregolato autoriproduttivo, ignaro delle crisi d’ogni inizio e d’una sempre possibile fine.
    [..]
    Ma come genere letterario l’utopia rivive solo come antiutopia (Huxley, Orwell), visione d’un futuro infernale, dove la prevedibilità è condanna.
    D’altra parte non possiamo non tenere conto dell’opposta tentazione utopistico-tecnologica che è ancor più proclive a condensarsi in modelli totalizzanti, anche se il futurologo che aspira a scientificità s’impone di limitarsi a rilievi tendenziali e settoriali.

  5. Di George Orwell imprescindibile la lettura di Appunti occasionali [2]«Time and Tide» 6 aprile 1940, un breve estratto:
    [..]
    Il mondo nuovo di Aldous Huxley era una buona caricatura di quell’utopia edonistica che sembrava possibile e persino imminente prima della comparsa di Hitler; però non ha avuto alcuna relazione con gli sviluppi storici successivi. Il futuro verso cui ci stiamo avviando somiglia infatti piuttosto all’Inquisizione spagnola, e forse, grazie alla radio e alle varie polizie segrete, a qualcosa di molto peggiore. Avremo ben poche possibilità di evitare questi sviluppi se non riusciremo a ripristinare una fede nella fratellanza umana che non abbia bisogno di essere avvalorata da dimensioni ultraterrene.
    [..]

    Questo era Orwell, lucidissimo. Il futuro verso cui ci stiamo avviando è forse molto peggio dell’Inquisizione spagnola! Grazie alla radio, massmedia (e quindi TV, Hollywood, internet e ancora Amazon e Netflix) e polizie segrete (leggi ‘intelligence’ e dominio del mondo sommerso che emerge solo successivamente in conflitti armati). Oggi col senno di poi possiamo arricchire con svariati elementi ciò che acutamente scriveva Orwell.

    Ancora interessante (a tratti estremo ma non banale) è lo scritto del 12 luglio 1942 in cui parla del pacifismo, solo un breve estratto:
    [..]
    Pacifismo. Il pacifismo è oggettivamente filofascista. E’ una questione di elementare buonsenso: chi ostacola lo sforzo bellico di una delle due parti in lotta aiuta automaticamente il nemico.
    [..]
    I tedeschi hanno persino creato un’emittente che. spacciandosi per «libera», trasmette propaganda pacifista indistinguibile da quella della PPU. La Germania stimolerebbe il pacifismo anche in Russia, se potesse, ma in quel caso si troverebbe davanti a un osso duro. La propaganda pacifista, quale che sia la sua efficacia, può funzionare solo ai danni di quei Paesi che consentono ancora un margine di libertà di parola: in altri termini, è utile al totalitarismo. Non m’interessa ilpacifismo come «fenomeno morale».

    (e poi parla di Gandhi, dal punto di vista ovviamente inglese.. da leggere)

    secondo Orwell il pacifismo come propaganda e come vediamo oggi la morale da esportazione, la democrazia per gli altri, imposta con le buone o le cattive. Ma pensiamo anche a fenomeni come ‘pussy riots’ o qualcosa di molto più raffinato: l’esportazione forzata del porno in Cina (di cui nessuno parla), come elemento destabilizzante. O gli account falsi di Twitter, zombie, nel muovere le ‘Primavere arabe’ e ancora ‘i valori non negoziabili’. Tutte guerre non convenzionali. Dinamiche propagandate in Occidente come «liberali» ma veicolo di dominio oppressivo (pensiamo solo che il più alto numero di suicidi è proprio nell’industria del porno). Come certe droghe e l’eroina in Italia solo qualche anno fa. Una giovane giornalista da Gramellini che sottolineava “la grande civiltà” nel chiudere PornHub in Russia

    La cosa incredibile in questi impiegati del giornalismo è che: nemmeno si rendono conto! Nemmeno la consapevolezza. Sono usati come automi, masticati e sputati da un sistema oligarchico. Sempre il solito signorotto spagnolo.
    Come costringere con un fucile un aborigeno ad usare forchetta e coltello, “la civiltà”, che poi è la morale. Esattamente la logica dei conquistadores spagnoli che Orwell cerca di contrastare in tutti i modi coi suoi scritti civili e politici

    “In realtà – scriveva Pampaloni – l’Orwell è uno scrittore imbarazzante – e anche per questo mi fa piacere parlarne.
    I letterati in genere lo hanno in sospetto, e sono disposti se mai ad accettare di lui solo La fattoria degli animali perché somiglia ad un classico. I suoi connazionali non lo amano perché ‘irregolare’, i comunisti lo odiano e anche morto ne parlano come di uno ‘spione’; i socialisti hanno parecchie riserve da fare e comunque non lo sentono come uno di loro, perché non marxista ma liberale. Gli anarchici lo ammirano e gli vogliono bene, ma, come scrive Richards, pensano che non fosse un anarchico vero e proprio ma un ‘umanista’, cioè a dire presso a poco un illuso. I cattolici gli rimproverano la mancanza di Dio e le punte anticlericali, i laici il suo riserbo costante e il sentimento dell’apocalisse”.

    MB

  6. Dopo un’inutile seppur breve ricerca in rete ho deciso di trascrivere direttamente dai meridiani (su Calvino e Orwell) qualche passo a mano, ma sono solo una piccola parte. Ciao

  7. C’è una differenza sostanziale, uno spartiacque

    La grossa differenza politica è che Orwell non condanna il popolo indiscriminatamente come popolo ignorante, fallito, pecorone. Il protagonista di 1984 non è una persona eletta, non particolarmente intelligente, non appartiene nemmeno al partito dei buoni e democratici, non si sa nemmeno se sia un piccolo borghese, magari si ma questo aspetto per Orwell è trascurabile: non tifa per una guerra civile perchè: un divide et impera è proprio funzionale al potere. Diremmo, dal punto di vista del controllo: sembra una persona qualunque, uno vale uno, e uno di noi. Allora la domanda che si fa ad un certo punto lo stesso Orwell è: in cosa è diverso il protagonista di 1984?

    Orwell punta il dito contro il potere e la sua struttura, mentre il potere punta il dito contro “il popolino ignorante” trascinato dai sentimenti, stupidamente riottoso, sconclusionato. Sono due punti di vista completamente diversi, che partono da concezioni opposte e diversi interessi.
    Lo stesso Gaber, la vera sinistra, parla di popolo come ‘NOI’ (a tirare lo sciacquone è anche lo stesso Gaber, si trova coinvolto in prima persona), non ‘LORO’ poveri piccoli ignoranti falliti. Il punto di vista è completamente opposto, una distanza politica abissale. L’appartenenza partitica è addirittura trascurabile se non nociva: sono liberi pensatori, autonomi ed emancipati.

    Non dimentichiamo che i protagonisti della resistenza erano quattro gatti: la popolazione era fascista, fascisti che poi si sono riciclati anche come progressisti e liberali ma fascisti rimangono culturalmente. Il modello alternativo più frequente è la clientela. Borsellino ricordava che in Sicilia: o eri di destra o eri mafioso. A parte quattro gatti comunisti protestanti. La Sicilia non è un mondo a parte: progressisti e liberali di massa è un’invenzione successiva, perché tra le macerie del dopoguerra erano rimasti ben pochi esemplari

    ‘Popolino ignorante’ è infatti ancora una volta un concetto razzista, classista (e diversamente fascista, o bene che vada proprio di certo cattolicesimo manzoniano ed elitario) e funzionale al potere, infatti è da anni parte della propaganda di un certo partito progressista che non è più votato nelle periferie degradate, degradate come ‘musica degenerata’ del fascismo. Anzi peggio del fascismo perchè il fascismo era impegnato anche nelle periferie (economicamente in perdita, inconcepibile nell’ottimizzazione di un mercatismo progressista). Fondamentali su cui insisterà una Costituzione della Repubblica.

    Orwell introduce un concetto nuovo, sconosciuto in Italia in quell’accezione: FRATELLANZA. Ed è sconosciuto perchè in Italia appartiene alla cultura cattolica, non c’è nulla di alternativo che si avvicini a fratellanza in Italia a parte compagni: altrimenti è clientela, setta, massoneria, club, brigata e tutta una serie di termini militari e militanti da combattimento. Nel frattempo il partito “democratico” ha già chiuso i circoli comunisti di compagni e chiuso la democrazia e lasciata al concincimento televisivo o influencers su internet e blog (internet strumento di controllo di massa, il tema principe di 1984). Allo stesso modo le cooperative confluite nell’alveo clientelare fino all’apoteosi di mafia capitale, la tratta degli immigrati per finanziare teste del partito “democratico”, anche parlamentari, cioè il vertice della Repubblica

    “Avremo ben poche possibilità di evitare questi sviluppi se non riusciremo a ripristinare una fede nella fratellanza umana che non abbia bisogno di essere avvalorata da dimensioni ultraterrene.” George Orwell

    E ovviamente la fratellanza non può sussitere in un popolino scemo, branco di inemendabili falliti: un virus messo in circolo proprio da oligarchi che sanno muoversi sempre più agilmente sui mezzi di comunicazione controllati dallo stesso partito, ma che controllano anche le polizie segrete. Nessuno vorrebbe far parte del popolino stupido, tutti intelligenti e giusti, diventando così uno spauracchio promotore della guerra civile.

    Cos’è il male? La banalità. La banalità di un capo politico e governante in televisione, un dirigente, meglio se dotato della bonarietà emiliana, ex comunista e dirigente politico ‘democratico’, che sommessamente come al bar in modo amichevole mi dice tutto quello che io voglio sentirmi dire, che la sua platea vuole sentirsi dire, governa e manipola le aspettative, platea di fedeli fanatici (per esperienza antiberlusconiana), e parla come se non fosse mai stato al potere a comandare, per anni. Ma è una bugia, una bugia sistematicamente ripetuta negli anni. E ogni volta si costruiscono furbescamente degli alibi sull’insuccesso politico, per lavare sempre più bianco. Una continua manipolazione mediatica, controllata dai funzionari del partito stesso, schema fascistoide. E ogni volta che vedo Bersani o Prodi sulla sua TV controllata da oligarchi amici: mi ridice per l’ennesima volta quello che io voglio sentirmi dire, manipolando le aspettative degli spettatori ormai trasformati in clientes. Dopo aver creato i bisogni (e le paure) dettando legge e proponendo ogni volta le soluzioni e il paradiso.
    Ma ad osservarlo attentamente, sporandicamente emergono errori di sistema, il vero volto mostruoso: razzista, guerrafondaio, prevaricatore. Quando la percezione ti dice che quel potente fa parte della banda di buoni non vai certamente a guardare tutto, lo dai per scontato, e che si sarà sbagliato in buona fede, come l’invasione in Libia e l’uccisione di Gheddafi e tutte le guerre della NATO. La buona fede e la banalità del male. Peggio del’Inquisizione spagnola.

    MB

  8. Bè, “quasi nessuno” mi pare un po’ troppo. Di sicuro l’hanno letto in pochissimi fra quanti hanno letto “1984” o “La fattoria degli animali” (una scicchezzuola rispetto al primo). Ma, forse sai di cosa parlo, da ragazzi, quando si scopre un autore, di lui si corre a leggere anche la lista della spesa. Comunque, “Fiorirà l’aspidistra” è un libro forse pesantuccio, ma – ripeto – ci rivela molto del pensiero e del carattere intransigente di Orwell.

  9. Orwell conosceva bene i media e la rilevanza comunicativa, non pensava certo di divulgare e tramandare le sue idee su fogliettini, e ha riportato gli stessi concetti anche nei suoi articoli sull’Observer, non un giornaletto. In rete si trova una raccolta degli articoli.

    Nel ventre della balena (Bompiani)

    «In complesso la storia letteraria del 1930-39 sembra giu-
    stificare l’opinione che uno scrittore fa bene a non occupar-
    si di politica. Perché ogni scrittore che accetti, anche solo
    parzialmente, la disciplina di un partito politico si trova pri-
    ma o poi di fronte all’alternativa: o seguire la linea del tuo
    partito, oppure non parlare. Ogni marxista può dimostrarvi
    con estrema facilità che la libertà di pensiero “borghese” è
    un’illusione. Ma quando abbia finito la sua dimostrazione
    resterà sempre il fatto psicologico che senza questa libertà
    “borghese” la potenza creativa s’isterilisce. Potrà nascere in
    avvenire una letteratura totalitaria, ma sarà completamente
    diversa da qualsiasi cosa noi si possa oggi immaginare. La
    letteratura, come noi la conosciamo, è un fatto individuale,
    che esige onestà mentale e un minimo di critica».

    Saggio di psicologia su Politics (New York)

    (4) «Tutta la “miglior gente” dei circoli di gentiluomini e tutti i
    frenetici gerarchi fascisti, uniti nell’odio comune del Socialismo
    e nel timore ferino per la marea montante del movimento rivo-
    luzionario di massa, si sono dati ad atti provocatori, a intorbi-
    dire le sedizioni, a tirar fuori leggende medievali di pozzi avve-
    lenati, a legalizzare la loro distruzione delle organizzazioni pro-
    letarie, e ad aizzare la piccola borghesia al fervore sciovinistico
    nell’interesse di ostacolare la via d’uscita rivoluzionaria»

    Da incorniciare

    Grande intuizione e visione
    https://nobufale.it/2021/01/12/dalla-censura-social-allo-psicoreato-orwelliano/

    psicoreato e controllo da parte della psicopolizia: la chiusura di accont telegram e youtube perchè contenenti opinioni sul vaccino anticovid non consentite, illegali.

    anche se Italo Calvino coglie delle sfumature e complessità altrettanto fondamentali

    MB

  10. Il problema della società del controllo di massa è la continua replica comportamentale: la prima cosa che cercano di fare i parlanti è inquadrare fin da subito l’interlocutore, incasellarlo, schedarlo, con una certa ossessione, ma con Orwell va sempre male, hanno sempre trovato un osso duro, come Winston Smith. E, direi: non assomiglia a niente, come ogni persona. Questo è uno dei messaggi di Orwell: il problema non è negli automatismi del piccolo borghese che come avverte lo stesso Orwell è aizzato da un mandante al fervore sciovinistico. C’è un altro problema nell’apparente benessere illusorio: quando e quanto il proletario si sente piccolo borghese e a sua volta replicante, ed è una delle critiche più illuminanti di Giorgio Gaber.

    Un’illusione non scevra da aggressività e arrivismo violenti. Un intellettuale sottovalutato è Paolo Villaggio, sempre di famiglia borghese, sempre di sinistra, anzi a sinistra della sinistra, praticamente anarchico ma sempre ‘umanista’ generoso e per la fratellanza

    Alla fine il nuovo piccolo borghese rimaneva un operaio FIAT, dopo pochi anni ci sarebbe stato il progressivo smantellamento e chiusura della stessa fabbrica per maggiori profitti e senza più il vincolo statale e sociale (senza più moral suasion cattolica o socialdemocratica), e così la condanna ad un reddito minimo e alla povertà in mezzo a scheletri industriali arruginiti, statue che accompagnano tutta la vita delle nuove generazioni, un monito chiaro sul destino: ricordati che devi morire, in miseria. Aree industriali destinate alla produzione poi divenute supermercati per alimentare ancora una volta l’illusione della ricchezza senza la produzione.

    dal 2005 al 2022 l’Istat certifica che i poveri sono triplicati, passati da 1,9 milioni a 5,6 milioni. E la domanda è ovvia: chi ha governato? Chi ha dettato legge e per quanti anni? Quali sono state le priorità? Il salario minimo era una priorità oppure lo erano le liberalizzazioni e le lenzuolate? Chi continua a raccontare balle da decenni controllando il mezzo televisivo? Le priorità erano le privatizzazioni, le assicurazioni e le banche? e Monte dei Paschi a Siena e un omicidio già scritto nella sceneggiatura del partito.
    L’Istat mette laicamente nero su bianco il fatto che eliminando il reddito di cittadinanza un altro milione di persone è destinato ad ammassarsi tra i poveri. E qui nessuno è stato ancora schedato come grillino. A parte forse l’Istat

    Ancora una volta la visione e lungimiranza culturale di Italo Calvino. I buoni intellettuali sanno prevedere il futuro, senza magie strane
    http://hdl.handle.net/10579/16824

    Il futuro è la Cina e le buone relazioni e cooperazione con la Cina, un’entità unica, originale, che l’Occidente ha sempre cercato ossessivamente, non riuscendoci, di incasellare ed etichettare (utilizzando tutte le categorie e gli strumenti spuntati occidentali, persino marxisti), dettare la morale, al fine di mostrarla malvagia a prescindere, ma contemporaneamente insegnando al mondo le pratiche più scorrette e malvagie, con grande cinismo fino al controllo di massa e totalitario in guscio vuoto liberaldemocratico per sentito dire

    MB

  11. Io non so che liberali abbia in mente Zhok, ma “se non ti sta bene puoi sempre andare da un’altra parte” a me lo hanno sempre detto i fascisti, indipendentemente dal colore della maglietta.
    Di solito come articolata parafrasi per indirizzarmi da una molto specifica altra parte.

    • Concordo. L’obiezione poi risulta particolarmente idiota per il solo fatto di presupporre che uno possa scegliersi anche il posto dove nascere, che nessuno dopo può comunque abbandonare con la facilità e la semplicità con cui si cambia materasso. Senza parlare dell’idea implicita secondo cui in un luogo può vivere solo la maggioranza dei residenti (sempre ammesso che sia tale) che risulti di volta in volta vincente dalla conta di turno e che essa sia per questa sola ragione in diritto di costringere gli altri ad andarsene “a quel paese”. Idea questa, ça va sans dire, tipica dei fascista, i quali – dovendo gioco forza subire sovente la democrazia – tendono ad accreditarne questo significato: chi vince le elezioni (beninteso, sempre che siano loro) può imporre tutto, paradossalmente anche la morte della democrazia (vedasi Russia, Polonia, Ungheria, Turchia, ecc., ma non solo, purtroppo).

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