La Civiltà (?) Cattolica (?)

Devo riconoscere di avercela a morte con i gesuiti: non parliamo poi del capo dei preti, e del suo principale consigliere, direttore della Civiltà Cattolica. Su questa rivista è apparso due anni fa un articolo che l’account Twitter della Civiltà Cattolica ha richiamato l’altroieri, probabilmente perché lo ritiene particolarmente attuale. Chi ha lo stomaco per farlo, può leggere  l’intero pezzo. Io qui depongo un ampio estratto della parte iniziale, dove apprendiamo alcune cose sulla presente dottrina della chiesa cattolica, che, forse involontariamente, danno ragione ai salviniani:

  1. Darwin aveva ragione;
  2. I migranti sono criminali, e Dio non ne vuole sapere: disobbediscono a Dio commettendo il peccato originale, ammazzano il fratello, e vengono esclusi dall’arca di Noè (anche se l’autore sostiene che il genere umano era stipato nell’arca: no, amico mio, solo la famiglia di Noè: gli altri migranti morirono affogati per volere di Dio: muri, non ponti)
  3. La tratta degli schiavi è assimilabile alle migrazioni odierne

A parte le contingenti ragioni tattiche, il rampante teologo  gioca col fuoco. La sua interpretazione del peccato originale si alimenta di metafore e simbologie: “Adamo, «uomo», ed Eva, «vita»” (…) “Questa storia delle origini nella Genesi sembra scandagliare le profondità psichiche della natura irrequieta e agitata del genere umano.”. Sembra non rendersi conto che tutto il cristianesimo, del quale il suo stipendio è parte, è fondato sul peccato originale, altrimenti non ci sarebbe stata ragione perché avvenisse ciò che viene raccontato nel Nuovo Testamento. Non è semplicemente una faccenda per Carl Gustav Jung.

LA BIBBIA: UNA BIBLIOTECA SCRITTA DA MIGRANTI

Dominik Markl

Quaderno 4018

pag. 325 – 332

Anno 2017

Volume IV

18 novembre 2017

Tutti abbiamo avuto modo di vedere quanti migranti vengano recuperati dal mare: uomini, donne e bambini che sono annegati durante il loro viaggio. In molte scuole, poi, vi sono classi con dei rifugiati: bambini e giovani che, grazie a Dio, ce l’hanno fatta. Ma anche moltissime persone nate nei nostri Paesi hanno un passato di migrazione. Motivi sufficienti per riflettere sulla fuga e sulle migrazioni. Uno sguardo alla storia dell’umanità mostra fino a che punto siamo tutti dei migranti. Nella Bibbia possiamo vedere con quanta intensità gli esseri umani pensassero alla fuga e alla migrazione già più di due millenni fa

Gli esseri umani come migranti

Il genere umano, quando giunse in Europa 40.000 anni fa, proveniva dal continente africano, avendo non soltanto avuto lì le sue origini, ma anche compiuto lì il suo processo di evoluzione per 100.000 anni. Gli esseri umani furono costretti ad essere dei viaggiatori, per seguire le mandrie di animali, e dei corridori, per sopravvivere agli altri mammiferi. Erano capaci di inseguire le gazzelle fino allo sfinimento e di dare loro il colpo di grazia con dei sassi. Soltanto quando i deserti del Nord Africa e dell’Arabia cominciarono a fiorire essi attraversarono il rift, la fossa tettonica continentale, verso l’India, poi verso l’Australia, e solo in seguito alla volta dell’Europa. L’Homo sapiens vagabondò ancora più lontano, al termine dell’ultima era glaciale, attraverso la Siberia verso l’America. Ed è in quanto migranti che gli esseri umani scoprirono il mondo.

Nelle civiltà evolute, gli esseri umani si organizzarono in moltitudini, partirono alla conquista di nuove terre e costrinsero i popoli a fuggire o li fecero prigionieri. Già nei tempi antichi molte migliaia di persone furono esiliate con la forza. In tempo di pace, fu la fame che costrinse le popolazioni a spostarsi verso nuove parti della terra. Coloro che cercavano migliori opportunità divennero rifugiati economici, sottraendosi così al rigido inverno europeo. Quelli che noi ora chiamiamo «americani» erano per lo più emigranti e rifugiati economici provenienti dall’Europa. Gli abitanti del Nord trasportarono milioni di persone dall’Africa verso l’America, spingendo nel frattempo gli abitanti originari nei più remoti angoli del continente.

Adattandosi – se costretta, forzata o indotta con lusinghe – alla propria esistenza con le ricerche e con i viaggi, l’umanità raffigura la sua grande mobilità anche nei miti, vagando per il Mediterraneo nell’Odissea, attraverso il mare e il deserto nell’esodo biblico. E anche la Bibbia è una piccola biblioteca da portare nel bagaglio a mano, scritta da e per dei migranti.

Adamo, cacciato dal Paradiso: all’origine dell’umanità

Adamo, «uomo», ed Eva, «vita», devono lasciare la loro prima dimora, il Paradiso, dopo che la tentazione alla disonestà li ha sopraffatti, costringendoli a un codardo gioco a «nascondino» (cfr Gen 3,8), e dopo che la vergogna per la vulnerabilità del loro essere nudi li ha indotti a nascondersi (cfr Gen 2,25; 3,10). Questa storia delle origini nella Genesi sembra scandagliare le profondità psichiche della natura irrequieta e agitata del genere umano. Ha qualcosa a che vedere con la diffidenza, con un’incomprensibile paura che non consente all’uomo di stare in piedi al cospetto di Dio in libertà e verità.

Questo appare evidente non appena la colpa assume forme tangibili e drammatiche. Caino uccide suo fratello Abele, e presto, dopo un breve periodo di insolente, arrogante rimozione – «Non lo so. Sono forse io il custode di mio fratello?» (Gen 4,9) –, viene sopraffatto dalla paura: «Troppo grande è la mia colpa per ottenere perdono. Ecco, tu mi scacci oggi da questo suolo e dovrò nascondermi lontano da te; io sarò ramingo e fuggiasco sulla terra e chiunque mi incontrerà mi ucciderà» (Gen 4,13-14). Così come Dio ha vestito Adamo ed Eva con del pellame (cfr Gen 3,21), allo stesso modo protegge Caino con un segno (Gen 4,15) per rendere la sua vita più sopportabile.

Il resto del libro della Genesi pullula anch’esso di episodi di fuga e di migrazione. Soltanto la famiglia di Noè sopravvisse al diluvio. Stipato nell’arca sul monte Ararat, il genere umano ricomincia tutto daccapo sotto il segno dell’arcobaleno (8,13-9,16). La costruzione della Torre di Babele, con la quale il genere umano desiderava forgiarsi un nome, ha come risultato la divisione per lingua e per territorio (11,1-9). Abramo, il patriarca d’Israele, proviene da Ur, nel sud dell’attuale Iraq, ed emigra con suo padre Terach a Harran, nel nord della Siria (11,31). In seguito è la chiamata da parte di Dio che lo conduce a una nuova terra (12,1). Ma la sua famiglia deve fuggire nuovamente. La carestia costringe lui e più tardi l’intera famiglia di Giacobbe (Israele) verso l’Egitto (12,10; 46,6).

 

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