Adam Smith e i grillini

The annual labour of every nation is the fund which originally supplies it with all the necessaries and conveniencies of life which it annually consumes, and which consist always either in the immediate produce of that labour, or in what is purchased with that produce from other nations.

According, therefore, as this produce, or what is purchased with it, bears a greater or smaller proportion to the number of those who are to consume it, the nation will be better or worse supplied with all the necessaries and conveniencies for which it has occasion.

But this proportion must in every nation be regulated by two different circumstances: first, by the skill, dexterity, and judgment with which its labour is generally applied; and, secondly, by the proportion between the number of those who are employed in useful labour, and that of those who are not so employed. Whatever be the soil, climate, or extent of territory of any particular nation, the abundance or scantiness of its annual supply must, in that particular situation, depend upon those two circumstances.

Questa è l’apertura della famosa opera di Adam Smith. Nessuno, per due secoli e mezzo, ha mai messo in discussione la verità contenuta nel primo passaggio grassettato, ossia che la ricchezza di una nazione è data dalla quantità di beni e servizi utili che essa si può assicurare nell’unità di tempo. Va notato che neppure Marx e i suoi epigoni, ivi inclusi coloro che cercarono di applicarne i dettami sul campo, furono mai in disaccordo.

Anche il secondo passaggio grassettato non è stato, che ci risulti, contestato da nessuno, salvo un’eccezione: l’Italia. L’unicità e originalità dottrinale  del nostro paese, o almeno di una consistente parte della nostra società, sta nel non fare distinzione fra lavoro utile e non. E’ ben vero che neppure Marx,. che italiano non era, parlava di lavoro non utile, ma questo avveniva per il fatto che il filosofo di Treviri aveva in mente il lavoro salariato dell’epoca, dando giustamente per scontato che il padrone non concedesse nicchie di fancazzismo.

Nell’Italia degli ultimi 50 anni, invece, si è venuta non solo consolidando un’area protetta nella quale il lavoro può non essere utile, ma si sono anche sviluppate dottrine politico-sociali-economiche che negano qualsiasi superiorità, economica o etica, del lavoro produttivo. Va qui specificato che Adam Smith trattava il lavoro non produttivo per categorie di lavoratori, mettendoci dentro, oltre al sovrano, anche professioni come quella legale, militare, medica, nonché due categorie molto vicine fra loro: letterati e servi. Nell’Italia di oggi, invece, quei pochi che posseggono discernimento capiscono che il lavoro improduttivo è trasversale alle professioni, anche se  ne è visibile una presenza maggiore là dove, istituzionalmente, non c’è controllo sulla performance. Quanto alle dottrine sviluppatesi in difesa di queste aree di improduttività, si tratta tradizionalmente di roba molto grezza, che si sviluppa intorno a un paio di pilastri logici:

  • Negare l’evidenza
  • Sostenere che Keynes ha detto che i fancazzisti sviluppano il PIL, spendendo lo stipendio.

Recentemente, però, la dottrina si è evoluta, inglobando almeno due altri concetti:

  • La solidarietà sociale impone di retribuire anche chi non lavora
  • La robotica e l’intelligenza artificiale porteranno comunque a eliminare presto il lavoro umano

Non si può negare che, in prospettiva, questi due argomenti abbiano il loro peso. Si tratta, tuttavia, di argomenti da maneggiare con cura, e da non affidare a apprendisti stregoni. Speriamo di non dover dire ‘a fessa è gghiuta ‘mmano a ‘e ccriature.

 

 

 

 

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