Dopo due secoli e mezzo

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Nel 1755 il terremoto di Lisbona fece molte decine di migliaia di morti, e scatenò una guerra filosofica in un triangolo che aveva per vertici il defunto Leibnitz (preso a rappresentante della Chiesa), Voltaire e Rousseau.

La disputa ha vari motivi di interesse (i due filosofi francesi, pur menandosi fendenti, paiono sottintendere un comune ateismo cui manca soltanto l’esplicita dichiarazione) e può essere trasportata per analogia ai giorni nostri. Leibnitziano sembra, per esempio, il detestabile vescovo Cavina, qui citato. Voltaire, che suscitò la discussione, oggi avrebbe relativamente poco da dire: non per colpa sua, ma forse per suo merito, in quanto le sue tesi sono oggi luogo comune. Interessante invece la posizione di Rousseau, che già allora dava la colpa alla carente prevenzione antisismica. Sicuramente  Rousseau sarebbe oggi in prima linea contro la corruzione, ma c’è il dubbio se si accosterebbe più al modello di Falcone o di Sabina Guzzanti.

Ho un altro dubbio: se la posizione del Capo del  vescovo coincida con quella del vescovo, o non sia furbescamente screziata di rousseauianesimo.

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2 commenti to “Dopo due secoli e mezzo”

  1. Riguardo il giudizio da te enunciato sul vescovo Cavina sono d’accordo al 100 %, ma non mi è chiaro in cosa consisterebbe la sua potenziale adesione al pensiero di Leibniz.

    Forse ti riferisci al fatto che secondo la metafisica di Leibniz tra tutti i mondi creati da DIo questo è il migliore dei mondi possibili e che la perfezione divina non è scalfita da eventi terrificanti come il terremoto la cui furia (Il Kant della Critica della Facoltà del Giudizio era addavenì) talmente devastante da apparire come Male, convive con l’ordine e la perfezione?

    • Dice l’esecrabile monsignore: «Dio ha in ogni caso e sempre un piano di amore che si sviluppa secondo linee a noi incomprensibili, ignote, misteriose. Direttrici che non sono le nostre, umane. Anche nella tragedia c’è un senso e il nostro compito è chiedere a Dio un aiuto affinché possiamo comprendere il bene che esiste nella tragedia»

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