Vincent alla tastiera

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Alfred Cortot registrò per l’ultima volta la Polacca op.53 di Chopin nel 1952, all’età di 75 anni. Si tratta del limite temporale estremo, oltre il quale le sue esecuzioni non sono più sorrette da una manualità accettabile. La successiva tornata di incisioni del 1957-58, infatti, porta troppo evidenti i segni del tempo.
Non è che Cortot sia mai stato impeccabile, neanche da giovane (le prime incisioni a noi pervenute datano dal 1919, quando aveva 42 anni: perciò “giovane” va preso cum grano salis). Si gettava nei passaggi veloci con foga brutale, e purtroppo, per dirla con Gabriele De Agostini, alcune note gli restavano fra le dita. La sua nonchalance al riguardo era proverbiale: se gliene fosse importato qualcosa, avrebbe potuto ripetere il pezzo, visto che era in studio. Ma neanche per idea.
Per tornare alla Polacca op.53, che è un pezzo “di quelli”, vale innanzitutto un ragguaglio metronomico: rispetto all’incisione del 1933, la durata è più lunga di 20 secondi, ossia il 5%. Dobbiamo pensare che l’età abbia portato consiglio, perlomeno riguardo ai tempi esecutivi. Non ha invece portato alcun freno alla foga interpretativa, che, come in altre esecuzioni del periodo tardo, si sfoga in grumi sonori violenti e spessi, paragonabili all’addensarsi della materia in certi quadri dell’ultimo Van Gogh. Le (meravigliose) dissonanze così create sono il frutto non solo di pochi accordi sbagliati, ma anche e soprattutto della brutalizzazione dello strumento, che geme non potendo dare tutto quello che gli viene richiesto. In linguaggio automobilistico, è un fuori giri.
L’altra licenza è un uso del rubato decisamente al di fuori di ogni prassi interpretativa precedente e successiva. Non ha avuto imitatori, per la buona ragione che certe licenze nessun altro se le poteva permettere.

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4 commenti to “Vincent alla tastiera”

  1. Questo articolo è bello da far venire voglia di andare a cercare su youtube un brano che si credeva di non conoscere nell’esecuzione di qualcuno che non si conosceva.
    Ieri, sei minuti e trentuno mentre avrei dovuto lavorare.
    Grazie

    • Premesso che non guardo al curriculum politico dei musicisti, perché altrimenti dovrei scartare la metà dei grandi del ‘900, devo avvisare che questo signore durante la guerra non ha tenuto un comportamento irreprensibile.

  2. Mi ero ripromessa di non ascoltare la Polacca op.53 eseguita da Cortot [proprio per via del suo comportamento durante la guerra].
    Oggi l’ho fatto ed mi son venuti i brividi.

    • Tutti sanno che la bellezza e la cattiveria possono andare insieme. Ma anche la cattiveria e la sensibilità.
      Che poi, non so neanche se sia cattiveria. Gli artisti sono sempre stati ruffiani con i potenti. Poiché il periodo in cui i nazisti furono al potere ha coinciso con una straordinaria presenza di grandi interpreti musicali (ovviamente non generati dal nazismo, ma cresciuti prima) è triste ma normale che in gran parte si siano adeguati. Solo Erich Kleiber, fra i non ebrei, se ne andò.Puoi ascoltarlo qui

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