La Chiesa e gli ebrei

Presentiamo un’antologia di scritti tratti da pubblicazioni ufficiali della Chiesa Cattolica, nei 40 anni che hanno preceduto le leggi razziali del regime fascista, e negli anni della guerra. Nessuno di questi scritti, ad oggi, è stato sconfessato da fonti ufficiali vaticane. Il corpo principale degli articoli della Civiltà Cattolica del 1889 è stato addirittura ripubblicato dal regime negli anni 1937-38, per provare la consonanza delle leggi razziali in fieri con la dottrina cattolica.

Questo articolo è stato pubblicato su LibMagazine nel dicembre 2008 e gennaio 2009

Dopo la salita al potere del nazismo (1933) fonti cattoliche hanno teso a distinguere la posizione della Chiesa dalla dottrina razzista tedesca. In sostanza, la Chiesa, oltre a condannare “gli eccessi”, ossia le violenze fisiche contro gli ebrei,  contestava il razzismo “biologico”, che investiva anche gli ebrei convertiti al cattolicesimo, e, più in generale, l’afflato di neopaganesimo connaturato con il nazismo. Non c’era, invece, sostanziale differenza di giudizio per quanto riguardava gli ebrei non convertiti.

Nel 1889, La Civiltà Cattolica, organo dei gesuiti, pubblica una serie di articoli violentemente antisemiti, successivamente raccolti in un volume. Per cominciare, ecco alcune definizioni di carattere antropologico, riferite a quella razza, che, per le sue immondizie, facea schifo sino ai romani de’ Cesari:

« …Il codice morale dei giudei li autorizza a tutte le infamie: allo spergiuro, all’usura, al furto a danno dei cristiani…

…Che poi questo fior di dottrina morale, abbracciante altre turpitudini, nelle quali ci asteniamo di lordare la penna, non sia predicata a’ sordi, lo sperimentano tutte le popolazioni che dalla compagnia di questa razza sono infestate…

…I delitti caratteristici dei giudei sono gli scrocchi, il falso, l’usura, la captazione, il fallimento doloso, il contrabbando, la falsa moneta, la concussione, la frode e l’inganno sotto ogni forma e con ogni specie di aggravanti.»

 

La ragione principale delle persecuzioni inflitte nei secoli al popolo ebraico sta quindi nella  « sua cupidigia    insaziabile di straricchire con l’usura, di prepotere con le perfidie e di dominare, tutto invadendo e tutto usurpando, quanto gli è possibile, negli Stati »

L’Italia tutta era «divenuta un regno di ebrei, che avevano saputo gab­bare la moltitudine dei grulli, spacciandosi  pe’ più sfega­tati ” patrioti ” della penisola » E «il peggio è che, in grazia dell’eguaglianza civile, della quale il giudaismo è ora in possesso per quasi tutta Europa, la massima parte dei delitti che si commettono da’ giudei, per una via o per un’altra, passa impunita, se pure non ha il premio di nastri e croci da cavaliere, o di titoli baronali»

Il problema giudaico è quindi tutt’uno con quello dei diritti dell’uomo e delle libertà civili. Il tutto nasce  dall’apertura dei ghetti:

   I « princìpi moderni », ossia i così detti « diritti dell’uomo », furono inventati da’ giudei, per fare che i popoli e i Governi si disarmassero nella difesa contro il giudaismo, e moltiplicassero a vantaggio di questo le armi nell’offesa. Acquistata la più assoluta libertà civile e la patria in tutto coi cristiani e coi nazionali, si aperse agli ebrei la diga che prima li conteneva, ed essi, qual torrente devastatore, in breve penetrarono dappertutto e scaltramente di ogni cosa si impossessarono: l’oro, il commercio, le borse, le cariche più elevate nell’amministrazione politica, nell’esercito e nella diplomazia, l’insegnamento pubblico, la stampa, tutto cadde in mano loro

E come dimenticare la diabolica  Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, origine di ogni crimine?

«Dal 1° maggio 1789, giorno in cui si divinizzarono i «diritti dell’uomo», a puro pro de’ giudei, sino al 20 settembre 1870, in cui colle bombe si espugnò Roma e vi si fece prigioniero il Papato, le congiure, i tumulti, le ribellioni, gli assassinamenti, le stragi, le guerre, i fatti così detti « rivoluzionarii », sortirono sempre e da per tutto il medesimo esito, di accrescere l’opulenza agli ebrei e di deprimere e opprimere la civiltà cristiana.

(…)La « libertà » che si è preteso di collocare sul trono, in onta al vero Dio e al suo Cristo, è stata unica­mente in utile degli ebrei.(…) Da tanto spasimo di libertà, di eguaglianza e di fraternità è venuto fuori il dispotismo delle oligarchie tiranniche, a cui si riducono gli Stati ammodernati: e chi guardi dentro scorgerà che sono oligarchie di giudei, o di massoni, vili mancipii de’ giudei. »

La complicità dei protagonisti del Risorgimento era, naturalmente, manifesta: «Colla Sinagoga trescava il Mazzini, i frutti de’ cui amori al Campidoglio di Roma non sono ignoti. Colla Sinagoga il Garibaldi, colla Sinagoga il Cavour, colla Sinagoga il Farini, colla Sinagoga il Depretis »

 

Non solo il male, ma anche i rimedi  erano indicati da La Civiltà Cattolica. Naturalmente, bisognava estirpare alle radici l’origine del male:

«Finché son tenuti in auge gl’insidiosi « diritti dell’uomo », promulgati nel 1789, e gli Statuti parlamentari, come oggi si praticano, non vi è umana speranza di liberazione cristiana dal giogo ebraico-massonico che spossa e perverte le popola­zioni. »

Oltre a questi rimedi “politici”, anche la  confisca dei beni  era assai ben vista: «Che la confisca sia giusta, chi può dubitarne? La maggior parte de’ tesori che i giudei posseggono, è roba di malo acquisto: colla frode, coll’usura, colle truffe l’hanno messa insieme; e se non si pone un termine allo scandaloso loro accumulamento, fra poche decine d’anni, quasi tutto il capitale mobile ed immobile de’ cristiani sarà preda loro».

 

E qui inizia un lungo cammino dialettico, che si protrarrà per 40 anni, sulla legislazione  più opportuna da mettere in atto: in tutti i paesi cattolici, ma soprattutto in Italia La soluzione saggia,  «conciliatrice de’ diritti dei popoli cristiani colla carità e giustizia dovuta agli ebrei » era quella di «tornare indietro e rifare la strada che si era sbagliata. Se non si rimettono gli ebrei al posto loro, con leggi umane e cristiane sì, ma di eccezione, che tolgan loro «l’uguaglianza civile»,a cui non hanno diritto, che anzi è perniciosa non meno ad essi che ai cristiani, non si farà nulla o si farà ben poco, dato che l’esperimento di molti secoli e quello che facciamo ora ha dimostrato e dimostra che la « parità dei diritti » coi cristiani, concessa loro negli Stati cristiani, ha per effetto l’oppressione dei cristiani per fatto loro, o i loro eccidii per parte dei cristiani; ne scende di conseguenza che il solo modo di accordare il soggiorno degli ebrei col diritto dei cristiani è quello di regolarlo con leggi sane, che al tempo stesso impediscano agli ebrei di offendere il bene dei cristiani, ed ai cristiani di offendere quello degli ebrei» Non si può immaginare un prologo migliore ai decreti del 1938: e infatti il fascismo ne fece, come vedremo, ampio uso.

 

Meglio di tutto, naturalmente, sarebbe la  conversione dei giudei, che «farebbe riversare in vantaggio della Chiesa le immense ricchezze, che il giudaismo possiede e la sconfinata influenza ch’esso quasi da per tutto ora esercita.  Ma, aggiunge la Civiltà Cattolica, si tratta di soluzione di troppo lenta attuazione: mentre, per le nazioni cattoliche, «gli ebrei mo­derni sono il flagello della giustizia di Dio; e (…) tutto il dolce del liberalismo finisce per attirarle fra le strette della vorace piovra del giudaismo. »

 

Nei primi decenni del secolo XX, La Civiltà Cattolica ritorna più volte sul tema, rivendicando la bontà e la preveggenza delle tesi precocemente svolte nel 1889. Per esempio, nel 1928:

«Resta il pericolo[giudaico] incalzante ogni giorno di più; ed è merito riconosciuto del nostro periodico – possiamo dirlo con sincerità – di averlo costantemente denunciato fin dalle origini e a mano a mano documentatone, con buone prove di ragioni e di fatti, la frequente e innegabile alleanza con la massoneria, la carboneria o altre sètte congreghe, camuffate in apparenza di patriottiche, ma in verità, fluttuanti, o intese di proposito al sovvertimento, quantunque mai confessato, della società contemporanea, religiosa e civile. »

 

Il fatto nuovo degli anni ’30 è l’avvento al potere in Germania del Partito Nazionalsocialista.  Sull’antisemitismo nazista la Chiesa è costretta ad alcuni distinguo, sempre affidati alla Civiltà Cattolica (1934): nel commentare alcuni scritti nazisti, si concorda sull’«esistenza e la gravità del pericolo ebraico», tanto che «non neghiamo che anche costoro [i nazisti ndr] apparirebbero scusabili, e forse pure degni di encomio, se la loro posizione politica contenessero dentro i limiti di una tollerabile resistenza ai maneggi dei partiti e delle organizzazioni giudaiche». Ciò che non andava bene alla Civiltà Cattolica era il «neopaganesimo» degli scrittori nazisti e la loro «costante pertinacia a voler travolgere nelle stesse accuse mosse al giudaismo chi meno avrebbero dovuto: i Papi, i cattolici, anzi il cattolicismo in quanto tale» Insomma: se la prendessero i nazisti con gli ebrei, e lasciassero in pace i cattolici.

 

Ciò puntualizzato, l’organo dei gesuiti poteva tornare a ribadire i suoi vecchi stereotipi, avvicinandosi al contempo alla propaganda fascista in tema di   “demoplutogiudaicocrazie”  . Per esempio (1936): «I giudei sono ricchi, ma d’una ricchezza differente da quella degli altri uomini, la quale, anziché far loro temere il comunismo, ne fa loro sperare guadagno. Essi sono capi­talisti nel senso moderno della parola, cioè speculatori e traf­ficatori di denaro […]. Il loro prototipo è il banchiere. Tutta la sua proprietà reale si riduce, insomma, ad un cassetto e ad un portafoglio. In questo cassetto ed in questo portafo­glio il banchiere mette il denaro, che gli si porta senz’altra garanzia che la fiducia di cui gode, e ne cava il denaro, che gli si domanda e che egli presta, ma con garanzie del tutto solide e reali. A questo solo, gesto e alla relativa scrit­tura si riduce tutto il suo lavoro».

 

E il tema del comunismo (qui chiamato internazionalismo, « di crea­zione giudaica ») affiora sempre più spesso, a fare da puntello politico a una visione che era stata soprattutto religiosa:  «Per conquistare il dominio del mondo, il giudaismo si serve delle due potenze più efficaci di dominazione del mondo: l’una materiale, l’oro, che è al presente il padrone suprema del mondo, e l’altra ideale, l’internazionalismo. Quanto all’oro, già lo ha in massima parte in mano. Gli resta da accaparrarsi l’internazionalismo».

 

Il quale internazionalismo va, d’altra parte, a braccetto col  capitalismo giudaico: «Sia o non sia consapevole l’ordinamento del capitalismo giudaico prima dell’impoverimento dei non giudei e poi dell’asservimento del mondo, resta sempre il fatto, noto a tutti, dell’aspirazione dell’anima giudaica al messianismo temporalistico della dominazione del mondo, sia per mezzo dell’oro, sia per mezzo della rivoluzione mondiale comunista, comunque si voglia spiegare la connessione del capitalismo con lo spirito rivoluzionario nell’anima giudaica. E resta parimente chiaro ed evidente che questa mentalità giudaica è un pericolo permanente per il mondo, sino a quando rimane tale. »

 

Riconosciuta questa attitudine giudaica come incorreggibile, la Civiltà Cattolica, sempre nel 1937, concludeva che essa attitudine «si poteva soltanto tenerla a freno con il “ghetto”, cioè con restrizioni giuridiche e coercitive, senza persecuzioni, in modo adatto ai nostri tempi»

 

Vista la data in cui queste proposte venivano formulate, non riusciamo a immaginare un miglior puntello per le leggi razziali. E i fascisti concordavano, come vedremo.

 

Siamo così arrivati al 1938. Entra in campo Mussolini in persona, che, senza firmarlo, produce (Informazione diplomatica del 17 febbraio) un testo poi passato ai giornali: «il governo fascista [non pensava] di adottare misure politiche, economiche e morali contrarie agli ebrei, in quanto tali»; ma di «far sì che la parte degli ebrei nella vita complessiva della Na­zione non risultasse sproporzionata ai meriti intrinseci dei singoli e all’importanza numerica della loro comunità».

E, puntuale (marzo 1938) La Civiltà Cattolica riprendeva, avallandola, la tesi di Mussolini della sproporzione tra posizioni di potere detenute da ebrei e la loro incidenza percentuale sulla popolazione italiana. «La fatale smania di dominio finanziario e temporalistico nel mondo era la vera e profonda causa che rendeva il giudaismo un fomite di disordini e un pericolo permanente per il mondo». Il rimedio era il solito: «la carità, senza persecuzioni, e insieme la prudenza con opportuni provvedimenti, quale una forma di segregazione o di distinzione conveniente ai nostri tempi».

Con l’estate del 1938, la situazione inizia a precipitare. E’ del luglio  il  “Manifesto della razza, redatto da 10 professori universitari di discipline medico-sociali (alcuni dei quali dopo la guerra riapparvero sull’opposto versante politico). I dieci punti, che avevano pretese di contenuto scientifico, terminavano con la conclusione che «il carattere puramente europeo degli Italiani viene alterato dall’incrocio con qualsiasi razza extra-europea e portatrice di una civiltà diversa dalla millenaria civiltà degli ariani». Il documento, avallato da Achille Starace, non faceva che “italianizzare” il razzismo nazista.

E’ a questo punto che ancheil Papa  entra in gioco personalmente, parlando prima di “una forma di vera apostasia”, e, qualche giorno dopo, nominando espressamente il razzismo: «cattolico vuol dire universale, non razzistico, non nazionalistico, separatistico». Il termine “separatismo”, che ricorre spesso nei testi cattolici di quei giorni, significa qualcosa di contrapposto a “ricongiungimento”. In pratica, si condanna una ideologia che nega la condizione di pecorelle smarrite degli ebrei, ossia la possibilità di conversione degli ebrei stessi. Non a caso, Pio XI attribuisce queste tesi a un appiattimento dei fascisti sulle tesi naziste: «ci si poteva chiedere come mai, disgraziatamente, l’Italia avesse bisogno di andare ad imitare la Germania ».

Mussolini  rispose con le parole e i fatti. Le parole furono: «Sappiate, e ognun sappia, che anche sulla questione della razza, noi tireremo diritto. Dire che il Fascismo ha imitato qualcosa o qualcuno è semplicemente assurdo». I fatti: il 4 agosto venne emesso il primo provvedimento limitativo dell’ammissione degli ebrei alle scuole italiane. Sempre in agosto, la palla passava al “Regime Fascista”, il quotidiano di Farinacci, che pubblicò una lunga serie di citazioni da fonti cattoliche, tesa a dimostrare che il nascente razzismo fascista era allineato ai dettami della Chiesa. Il Regime Fascista pubblicò, fra l’altro, ampi stralci dagli articoli de “La Civiltà Cattolica” del 1889 contrapponendoli alle recenti parole di Pio XI:  «Noi ci accorgiamo, alla fine di questo studio vigoroso  [quello della Civiltà Cattolica, ndr], che gli Stati e le società moderne, e persino le più sane e coraggiose nazioni d’Europa, l’Italia e la Germania, hanno molto da imparare dai padri della Compagnia di Gesù. E confessiamo che il fascismo è molto inferiore, sia nei propositi, sia nell’esecuzione, al rigore della Civiltà cattolica. Ma confessiamo anche lo stupore doloroso e lo sdegno che ci assalgono quando ci poniamo a considerare questa leale e generosa battaglia dei sapienti e irreprensibili gesuiti, di fronte all’atteggiamento di altri cattolici».  E “gli altri cattolici” erano… nientemeno che il Papa: «Se non fossimo cattolici, oggi avremmo accettate con entusiasmo le parole del Santo Padre, così come le hanno accettate e comunisti e massoni e socialisti e giudei e protestanti, che sono i nemici conclamati della Chiesa. »

Il Vaticano si era così messo nella difficile situazione di farsi dare lezioni di dottrina da Farinacci, notissimo ateo, massone e mangiapreti, a meno di smentire la Compagnia di Gesù.  Cosa che non fece mai. Anzi, la prima difesa fu affidata alla stessa Civiltà cattolica del 9 settembre, che difese la campagna del 1889, «ispirata dallo spettacolo dell’invadenza e prepotenza giudaica».  Vista la scarsa efficacia di questa difesa, intervenne l’ Osservatore romano  rimarcando che le frasi rievocate «non sapeva con quale efficacia ed opportunità, all’indomani della caritatevole parola del Santo Padre », non avevano più il valore del momento in cui erano state scritte, perché «risalivano a tempi in cui costumi ed istituzioni non potevano costituire base di confronto alcuno con la vita privata e pubblica dei giorni nostri. (…) Non in nome del principio razzista, così come si dichiara di intenderlo ed applicarlo nel 1938, ma di un principio puramente spirituale contro ogni pericolo per la fede e la civiltà che ad esso si ispirava: cioè contro 1’ebraismo, come contro il maomettanesimo, il protestantesimo, il settarismo e contro il comunismo». Mentre l’Osservatore Romano così si divincolava, la rivista dei gesuiti cercava di marcare le distanze: 1’antigiudaismo dei nazisti e dei bolscevichi non discendeva da alcuna considerazione religiosa, «anzi era agevolato dall’odio o avversione generale di tali partiti contro ogni religione positiva, anche l’ebraica ». E, difendendo gli articoli del 1889, non ne smentiva una virgola: «Non negheremo però che la forma e lo stile, più che la sostanza del pensiero, possano, dopo quasi cinquant’anni, apparire di qualche acerbità».

Mentre la Chiesa era ridotta a difendersi, il governo agiva. Il Consiglio dei ministri del 2 settembre approvò un decreto «per la difesa della razza nella scuola fascista», col quale tutti gli ebrei, allievi ed insegnanti, furono

espulsi dalle scuole pubbliche e private.  L’art. 6  stabiliva anche che doveva considerarsi di razza ebraica colui che era nato da geni­tori entrambi di razza ebraica, «anche se professasse re­ligione diversa da quella ebraica».

Pio XI, ovviamente, non era contento. Ecco le sue dichiarazioni di risposta: «no, non è possibile ai cristiani partecipare all’antisemitismo» « l’antisemitismo è inammissibile; noi siamo spiritualmente dei semiti». Queste dichiarazioni, che sono portate spesso da ambienti cattolici a prova della avversione del Papa alle leggi razziali, sono però da leggersi unitamente a quest’altra frase, contenuta nello stesso discorso: «Noi riconosciamo a chiunque il diritto di difendersi, di prendere i mezzi per proteggersi contro tutto ciò che minaccia i suoi interessi legittimi». Chi aveva “diritto di difendersi” era, beninteso, il regime fascista, non gli ebrei.

Il Duce, comunque, non la prese bene: «Coloro i quali fanno credere che noi abbiamo obbedito a imitazioni, o peggio a suggestioni – dichiarò – sono dei poveri deficienti».  Il Papa fece finta di niente, e Mussolini tirò effettivamente diritto, facendo approvare al Gran Consiglio del 6 ottobre la “Carta della Razza”.  E, un mese dopo, i famigerati decreti-legge.

Dopo l’approvazione delle leggi razziste, il governo fascista si attendeva una forte reazione dal Vaticano. Per questo, principalmente, aveva messo in atto il precedente fuoco di sbarramento. La reazione fu, invece, straordinariamente morbida, e focalizzata su un unico punto, che in chiave di diritti umani può apparire marginale: l’articolo 6, che proibiva anche ai ministri del culto, sotto pena di ammenda, di celebrare i matrimoni misti. L’Osservatore romano del 14 novembre 1938 lamentò che, con le disposizioni riguardanti i matrimoni misti, si fosse violato unilateralmente il Concordato: «Il vulnus inflitto al Concordato è innegabile. Ed è tanto più doloroso in quanto la Santa Sede non solo si è creduta in dovere di far pervenire tempestivamente le sue osservazioni, ma, da parte sua, ha fatto il possibile per evitare la cosa. La stessa Augusta Persona del Santo Padre è direttamente intervenuta con due paterni Autografi: uno diretto al Capo del Governo, l’altro al Re e Imperatore. Ciò nonostante le nuove disposizioni legislative sono state emanate senza intesa con la Santa Sede: la quale si è sentita, con suo vivo rammarico, in dovere di presentare le sue rimostranze, come sappiamo che ha già fatto».

Di fronte a proteste così deboli e circoscritte, non può stupire che il decreto fosse promulgato senza modifiche (19 novembre). La questione non fu più sollevata dal Vaticano in forma pubblica, se non il 24 dicembre, quando, rivolgendosi al Sacro Collegio, Pio XI ricordò che era la vigilia del decennale della Conciliazione. «Occorre appena dire, ma pur diciamo altamente, che dopo che a Dio, la Nostra riconoscenza e i Nostri ringraziamenti vanno alle altissime persone -diciamo il nobilissimo Sovrano e il suo incomparabile Ministro – ai quali si deve se l’opera tanto importante e tanto benefica ha potuto essere coronata da buon fine e felice successo».

Queste parole non aspre verso l’«incomparabile ministro» indeboliscono molto la successiva protesta, incorporata nello stesso discorso, per «l’offesa e la ferita inferta al Suo Concordato, e proprio in ciò che andava a toccare il Santo Matrimonio, che per ogni cattolico è tutto dire». E, dopo quell’occasione, non ne parlò più, né lo fece il suo successore. (Papa Ratti sarebbe morto il 10 febbraio successivo).

A conferma dell’ottima metabolizzazione dei decreti da parte del mondo cattolico, già il 9 gennaio, Padre Agostino Gemelli, francescano e rettore magnifico dell’Università Cattolica, così si esprimeva in un pubblico discorso riportato dalla stampa: «Superato il dissidio fra la Chiesa e lo Stato per merito dell’immortale Pio XI e del Duce d’Italia, che un’alta e augusta voce aveva chiamato impareggiabile, messi da parte gli idoli che rap­presentavano la importazione di dottrine non conformi alla tradizione italiana», il popolo italiano era finalmente divenuto di nuovo uno: «uno di schiatta, di ideali. Il merito, lo si deve riconoscere, va a Benito Mussolini, che dopo aver superato e vinto in sé i dissidi dovuti a quelle ideologie, condusse gli italiani a fare altrettanto». Gli strali di Padre Gemelli erano evidentemente rivolti al marxismo. Tuttavia, ce n’era anche per gli ebrei: «Tragica, senza dubbio, e dolorosa la situazione di coloro che non possono far parte, e per il loro sangue e per la loro religione, di questa magnifica Patria; tragica situazione in cui vediamo, una volta di più, come molte altre nei secoli, attuarsi quella terribile sentenza che il popolo deicida ha chiesto su di sé e per la quale va ramingo per il mondo, incapace di trovare la pace di una Patria, mentre le conseguenze dell’orribile delitto lo perseguitano ovunque e in ogni tempo ». Se la sono voluta, diceva in sostanza il caritatevole frate. E, con questa frase di un sacerdote particolarmente vicino a Papa Pio XI, si chiude la questione. Le leggi razziali c’erano, e mai più la Chiesa avrebbe trovato a ridire.

Anche il boccone indigesto dei matrimoni misti era velocemente digerito. Il 15 gennaio 1939, l’Osservatore Romano  ospitava l’omelia dell’allora vescovo di Cremona, Giovanni Cazzani, che così disinvoltamente si esprimeva: «Un vero cattolico non ha domestici ebrei, o balie ebree, non accetta maestri ebrei. La Chiesa fa di tutto per impedire matrimoni tra ebrei e cattolici ». Una specie di pietra tombale sulla questione.

Negli anni successivi, le leggi razziali sembrarono piacere sempre di più alla Chiesa e alle sue rinnovate gerarchie. Tanto che, dopo il 25 luglio 1943, il Vaticano, per mezzo del gesuita Tacchi Venturi  (uno degli artefici del Concordato)  si adoperò perché  il governo Badoglio, intento alla delegificazione post-fascista, non abrogasse in toto i famigerati decreti, ma solo quelle parti che erano sgradite alla Santa Sede: tre punti che riguardavano i matrimoni misti e gli ebrei convertiti. Il 29 agosto 1943, Padre Tacchi Venturi riferì al Segretario di Stato di essere stato contattato da un gruppo di ebrei italiani, che vivevano nel terrore dell’arrivo delle truppe naziste. Scriveva che lo avevano pregato di tornare completamente “alla legislazione introdotta dai regimi liberali e rimasta in vigore fino al novembre 1938”. In breve, chiedevano il ripristino delle leggi che garantivano agli ebrei parità di diritti. Ma aveva respinto le loro suppliche: preparando la petizione al nuovo Ministro italiano degli Interni –scrive Tacchi Venturi- «mi limitai, come dovevo, ai soli tre punti precisati nel venerato foglio di Vostra Eminenza del 18 agosto  […]guardandomi bene dal pure accennare alla totale abrogazione di una legge  [cioè delle leggi razziali ndr] la quale secondo i principii e le tradizioni della Chiesa Cattolica, ha bensì disposizioni che vanno abrogate, ma ne contiene pure altre meritevoli di conferma » .

Le leggi razziali sarebbero poi state abrogate dopo l’8 settembre 1943, in esecuzione di una clausola dell’armistizio dell’8 settembre imposta all’Italia dagli alleati angloamericani. Protestanti, come ognun sa.

(scritto a quattro mani con Barbara)

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5 commenti to “La Chiesa e gli ebrei”

  1. E’ solo casuale che questo articolo sia ripubblicato mentre un gesuita così amante dei francescani occupa il soglio pontificio e i media.

  2. La Chiesa con la C maiuscola non può uscire senza colpe dai tragici eventi riguardanti gli ebrei durante la seconda guerra mondiale.
    Il papa, per dirne una, era ad un km di distanza dagli ebrei tenuti a Regina Colei prima di esser deportati. Sarebbe bastato un gesto, andarli a visitare, parlare con le autorità tedesche. Non é successo ed è una delle pagine più vergognose della Chiesa.

    • Tra l’altro quando GPII (che non è il Gran Premio del Brasile, magari! Parlo di quello dei ponti non muri, della Terra del Risorto messa a ferro e fuoco, dell’occupazione che si fa sterminio) ha fatto le cosiddette scuse agli ebrei, ha affermato che alcuni figli e alcune figlie della Chiesa hanno sbagliato: quale infame menzogna! I figli e le figlie della Chiesa hanno diligentemente seguito le direttive della Chiesa, altro che sbagliato! Poi alcuni altri figli e alcune altre figlie della Chiesa, in tutti i tempi, si sono discostati dagli insegnamenti della suddetta e hanno messo a repentaglio la propria vita per salvare quelle degli ebrei. Per poi scrivere su tutti i giornali che il papa ha chiesto perdono ma gli ebrei non sono ancora contenti. Fanculo.

  3. Queste sono le responsabilità a cui accennavo nel commento da Rachel; la shoah non è stata un evento nato dal nulla e consumato nei campi di sterminio. Il processo è stato lungo e gli attori milioni, la chiesa è stata protagonista con i suoi vertici e le sue pecorelle, protagonista è stata la civile Francia, fin dal 1300, e la Spagna e ogni singolo individuo. Ogni evento persecutorio o di diffamazione è stato un tassello di una vergogna che è collettiva e della quale, credo, ognuno deve farsi carico.

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